Ogni 23 minuti un giovane nero viene ucciso in Brasile

Sta per essere presentato a Brasilia il rapporto finale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta del Senato sugli omicidi dei giovani in Brasile – di Fernanda da Escóssia, pubblicato su BBC Brasil il 6.06.16

 

Vignetta di Carlos Latuff

Quando avrai terminato di leggere questo testo e avrai preso un caffè, un giovane nero sarà stato ucciso in Brasile. È questo il paese che emerge dal rapporto finale della CPI (Commissione Parlamentare d’Inchiesta) del Senato sugli omicidi dei giovani, che sarà divulgato questa settimana a Brasilia: ogni anno, 23.100 giovani neri tra i 15 e i 29 anni vengono uccisi. Sono 63 al giorno. Uno ogni 23 minuti.

La Commissione prende come riferimento i numeri della“Mappa della Violenza”, realizzata dal 1998 dal sociologo Julio Jacobo Waiselfisz a partire dai dati ufficiali del Sistema di Informazioni sulla Mortalità del Ministero della Salute. L’ultima “Mappa” è del 2014 e tiene il conto degli omicidi del 2012: circa 30.000 giovani tra i 15 e i 29 anni vengono uccisi in Brasile e il 77% sono neri.

Dopo sette mesi di lavoro, con ventuno udienze pubbliche in sette stati brasiliani, il rapporto del senatore Lindberg Farias (Pt di Rio) presenta un’analisi ampia, con numeri e ricerche di varie fonti e periodi.

Cataloga storie recenti e di forte ripercussione mediatica, come quella del bambino Eduardo de Jesus, di 10 anni, ucciso da un poliziotto militare nella favela Complexo do Alemão, zona a nord di Rio, nell’aprile 2015. Ne recupera altre già dimenticate, come quella di Ana Paula Santos, morta nel 2006 a Santos, São Paulo, a vent’anni, incinta di nove mesi. Vennero uccisi anche il figlio che portava in grembo e il marito.

“Dudu mi disse: mamma, Patricia sta per arrivare, vado ad aspettarla giù. Gli ho detto: vai. È sceso ad aspettare la sorella e non è mai tornato. Subito dopo ho sentito lo sparo, le urla, e ho visto mio figlio a terra senza vita. Era un ragazzino in salute, ottimo alunno”, ricorda la signora Tereza Maria de Jesus, madre di Eduardo.

 =Un milione di morti=

Gli specialisti usano il termine “epidemia” per riferirsi alla mortalità di giovani in Brasile, specialmente giovani neri. Secondo la Mappa della Violenza il tasso di omicidi tra giovani neri è quasi quattro volte quello verificato tra bianchi (36,9 ogni 100.000 abitanti, contro il 9,66). Oltre a questo, il fatto d’essere uomo moltiplica il rischio di omicidio di quasi dodici volte.

Weiselfiz ha anticipato alla BBC Brasil dati preliminari della Mappa che sarà divulgata quest’anno: dal 1980 al 2014 il numero di morti per arma da fuoco in Brasile raggiunge quasi il milione. Tra il 1980 e il 2014 sono state 967.851 le persone vittime di armi da fuoco, nell’85% dei casi per omicidio.

“Tra il 1980 e il 2014 gli omicidi sono cresciuti del 592,8%, un’incidenza sette volte maggiore”, analizza il sociologo. 

In un’intervista via e-mail, il senatore Lindbergh Farias dice che “il principale passo avanti della Commissione Parlamentrae d’Inchiesta è stato di riconoscere quello che i movimenti neri, soprattutto nelle loro espressioni più  giovani, vanno dicendo da molto tempo: si tratta di un vero e proprio genocidio della nostra gioventù nera. Ogni 23 minuti un giovane nero viene ucciso in Brasile. Questo equivale alla caduta di più di 150 aerei, pieni di giovani neri, ogni anno. L’espressione “genocidio della popolazione nera” è quella che meglio inquadra la realtà attuale del Brasile”, afferma.

La Commissione sottolinea la responsabilità dello Stato, per azione o omissione che sia. “In un ambiente dove l’assenza dello Stato favorisce il sorgere di gruppi organizzati di narco-trafficanti, così come di milizie, gli indici di violenza contro la gioventù nera raggiungono livelli prossimi al parossismo.” (ndt. Le “milizie” sono organizzazioni paramilitari formate e dirette soprattutto da ex poliziotti o poliziotti ancora in attività. Una sorta di “evoluzione mafiosa” dei famigerati “squadroni della morte”. I turni della Polizia Militare sono di 24 ore di lavoro e 72 libere. In queste 72 ore libere, il poliziotto militare si trasforma in miliziano, il cui obiettivo è l’eliminazione della marginalità a fini, ovviamente, di lucro. Si installano in zone della città e ne prendono il controllo, esigendo “il pizzo” dalla popolazione per autorizzare, ad esempio, la circolazione di furgoni, dei camion che trasportano bombole di gas, per l’installazione di tv via cavo pirata, e, ovviamente, per fornire “servizi di sicurezza”).

Anche la crescita della violenza della polizia contro questi giovani è una realtà scioccante. Situazioni che portano alla morte di giovani neri, soprattutto quelle che hanno come giustificazione i cosiddetti “autos de resistência”, afferma il rapporto. Gli “Autos de resistência” sono, con variazioni di denominazione da uno stato brasiliano all’altro, i casi di morte avvenuta in supposti conflitti a fuoco in cui il poliziotto afferma di aver sparato per difendersi.

In caso di resistenza all’arresto, il Codice Penale autorizza l’uso di qualsiasi mezzo affinché il poliziotto possa difendersi o vincere la resistenza. Determina anche che sia redatto un “auto” (verbale), firmato da due testimoni, da cui deriva l’origine del nome. Molte volte, questi casi nascondono esecuzioni sommarie in “conflitti” che non hanno mai avuto luogo.

 
 

Vignetta di Carlos Latuff

 

Vignetta di Carlos Latuff

=”Autos de resistência”= 

Gli “autos de resistência” (atti di resistenza, detti anche “atti di resistenza seguiti da morte”) sono un artificio legale della polizia per archiviare senza indagini l’omicidio di “soggetti che hanno opposto resistenza all’arresto”. Si tratta di una pratica abituale e quotidiana praticata dalla polizia brasiliana.
Questo strumento, una sorta di vera e propria “licenza d’uccidere impunemente” è stato creato durante la dittatura militare per legittimare la repressione poliziesca dei movimenti che lottavano per riportare la democrazia nel paese.

Una ricerca condotta su 12.000 “autos de resistência” registrati a Rio de Janeiro negli ultimi anni, ha dimostrato che nel 60% dei casi si è trattato di pure e semplici “esecuzioni”, molte delle quali con spari alla nuca e alle mani delle vittime, che si trovavano chiaramente in posizione di difesa e non di attacco.

Una ricerca del Forum Brasiliano di Sicurezza Pubblica indica che, tra il 2009 e il 2013, le polizie brasiliane hanno ucciso 11.197 persone in casi registrati come auto de resistência, sei morti al giorno, considerando che il totale è sottostimato, visto che alcuni stati non hanno fornito dati al Forum.

Il rapporto cita anche una ricerca del sociologo e professore dell’Università Federale di Rio de Janeiro, Michel Misse, realizzata a Rio nel 2005, sulle inchieste legate agli “autos de resistência”: il 99,2% di queste sono state archiviate o non sono mai arrivate alla fase degli avvisi di reato.

Il dirigente di polizia civile Orlando Zaccone ha fatto degli autos de resistência il tema della sua tesi di dottorato in Scienze Politiche, discussa all’Università Federale Fluminense. Nell’analizzare 314 casi di auto de resistência a Rio de Janeiro dal 2003 al 2010, Zaccone sottolinea non solo la responsabilità della polizia, ma anche del Ministero Pubblico, nella costruzione di una routine nella quale la maggior preoccupazione è di sapere se la vittima era o meno legata al traffico di droga – invece di chiarire le circostanze della morte. “La fedina penale della vittima è usata sistematicamente per chiedere l’archiviazione del caso. Varie istituzioni sono coinvolte in questo processo, il che caratterizza una politica dello stato in cui si ammette che ci siano persone sterminabili”, analizza Zaccone.

La creazione di un protocollo unico per registrare gli autos de resistência è tra le raccomandazioni del rapporto finale della Commissione, così come la creazione di una banca dati nazionale con indicatori consolidati e sistematizzati di violenza. L’unificazione delle polizie militari e civile è un’altra raccomandazione.

Il relatore della Commissione, Lindbergh Farias, sottolinea le linee d’azione del Congresso: implementazione del Plano Nacional de Enfrentamento ao Homicídio de Jovens (Piano Nazionale di Lotta agli Omicidi dei Giovani), preferibilmente attraverso l’istituzione di una commissione speciale alla Camera; approvazione del progetto di legge 4.471/2012 – che estingue gli autos de resistência, determina l’apertura di un’inchiesta e preveda la possibilità di arresto in flagranza di reato del poliziotto; approvazione della PEC51 (che, tra le altre misure, smilitarizza e unifica le polizie).

“Ogni polizia deve realizzare il ciclo completo del proprio lavoro (preventivo, sul campo e investigativo). Questo risolve l’annosa questione istituzionale: la divisione del ciclo di lavoro della polizia tra militari e civili. Questa è una battaglia che affronteremo con forza al Congresso”, afferma Lindbergh.

La Pec51 e il progetto che elimina gli autos de resistência affrontano l’opposizione dei parlamentari più legati alle corporazioni di polizia. Molti sostengono che il progetto 4.471 può finire con l’intimorire il poliziotto che si trovi in reale situazione di conflitto con un criminale.

Uno dei punti toccati dalla Commissione è proprio l’alto numero di morti di poliziotti brasiliani, che finiscono con l’essere non solo i principali agenti ma anche vittime di violenza. Secondo dati del Forum Brasiliano di Sicurezza Pubblica citati dalla Commissione, solo nel 2013 ne sono morti in servizio quasi 500.

Intervistato dalla BBC Brasil, il capo della commissione interna della Polizia Militare di Rio, colonnello Welste Medeiros, ha affermato che la corporazione non si astiene dall’appurare i crimini dei suoi membri e ha cercato soluzioni per ottimizzare le investigazioni sui crimini commessi da poliziotti. Tra queste, la collaborazione con il Ministero Pubblico, l’ampliamento dell’azione della commissione interna della Polizia Militare e la realizzazione di progetti con le università per l’analisi dei dati sulla violenza della polizia.

È stato creato il Programa de Gestão do Uso da Força e da Arma de Fogo (Programma di Gestione dell’Uso della Forza e delle Armi da fuoco), attraverso il quale i poliziotti che più hanno sparato negli ultimi sei mesi vengono identificati e sottoposti a un programma di addestramento che va dalle simulazioni di tiro alla valutazione psicologica e metodologia nei fermi di polizia a persone e veicoli.

=Diventiamo numeri=

La Commissione ha fatto luce anche su un tema poco discusso, la morte di giovani detenuti all’interno delle unità di reinserimento sociale. Nell’udienza pubblica del 15 giugno 2015 sono stati presentati i dati ufficiali del Sinase (Sistema Nazionale Socioeducativo): nel 2013, 29 adolescenti detenuti in queste comunità sono morti sotto custodia dello stato. La causa più comune di morte è stata il “conflitto interpersonale” (59% dei casi), seguito dal “conflitto generalizzato” (17%) e di una proporzione spaventosa (14%) di suicidi all’interno del sistema.

Il paese conta circa 24.000 adolescenti in situazione di “privazione della libertà”, ovvero  detenuti in unità di reinserimento sociale. Secondo il Sinase, il 57,41% è costituito da neri, mentre per il 17,15% dei casi non è pervenuta definizione sul colore o gruppo di origine.

In tutto il paese, madri nere piangono l’assassinio dei figli. Débora Maria Silva, madre di Édson Rogério Silva dos Santos, netturbino, non ha ancora visto nessuno essere accusato della sua morte, avvenuta nel maggio 2006 a Santos. Secondo il rapporto della Commissione, il ragazzo è stato uno degli oltre 400 morti dei noti “Crimini di Maggio”, un’ondata di violenza nella regione di San Paolo iniziata dopo che una fazione criminale assassinò 43 agenti dello stato. Subito dopo, una forte rappresaglia poliziesca fece tutte le altre vittime.

Secondo i testimoni, Edson fu avvicinato da poliziotti in un distributore di benzina, seguito e assassinato. “Mi sono persino ammalata, dopo la sua morte. Un giorno ho sognato mio figlio, fu come una visione, e mi diceva: Mamma, vai a lottare per i vivi”, racconta Debora, che è diventata un’attivista e ha creato il movimento Mães de Maio (Madri di Maggio), aggregando madri di giovani uccisi nella regione nel 2006.

A lei si sono unite varie altre madri che hanno perso i loro figli, come Vera Lúcia Santos, madre di Ana Paula Santos, la giovane donna uccisa in gravidanza. “Dopo quasi dieci anni, si finisce quasi per perdere la speranza. Noi diventiamo dei numeri, una tesi. E tanti altri continuano a morire. Si ha l’impressione come di un “mese di maggio” continuo, senza fine”, dice Vera Lúcia.

Terezinha de Jesus, madre del piccolo Eduardo, è andata via da Rio dopo aver ricevuto minacce anonime di morte. L’investigazione della Polizia Civile ha concluso che i poliziotti militari hanno agito per legittima difesa, ma il Ministero Pubblico non ha accolto questa versione e ha incriminato un poliziotto che dovrà rispondere di un processo.

 

San Paolo. Manifestazione delle Madri di Maggio nel 10° anniversario dei Crimini di Maggio

 

Una foto di Eduardo con sua madre Terezinha

Terezinha ora divide il tempo tra l’accompagnamento del caso e la cura della famiglia. Ha altri quattro figli e quattro nipoti, tra cui il nuovo Eduardo di casa, un bambino di cinque mesi dagli occhi rotondi come quelli dello zio. È figlio di Patrizia, la sorella che Eduardo de Jesus stava aspettando il giorno in cui è stato ucciso.

 
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