MORTE DI MO
Lo conoscevo da anni ma l'ho sempre chiamato col diminutivo MO'. Non ho mai saputo il suo vero nome, per me era il padre di uno dei nostri bimbi.
Igor era piccolo e molto bello; ho conosciuto la sua famiglia: papà bandito e mamma Bia, dolce e bella, casalinga. Così il piccolo Igor dopo una lunga frequenza, non viene più in asilo da noi perché la mamma lo vuole accudire personalmente. Nel frattempo noi stiamo montando la prima scuola materna dove accogliamo tutti i bambini, compresi i figli dei narcotrafficanti perché convinti che solo attraverso un percorso educativo e d'amore possa spezzarsi il circolo di violenza della famiglia d'origine.
In un vicolo angusto e pericoloso spesso incontro Mo' "al lavoro", protegge un punto di vendita di droga (chiamati boca, ndr) con un fucile in mano. Ogni volta lo investo di richieste perché il piccolo Igor torni a scuola con noi. Finalmente un giorno lui e Bia visitano la nostra struttura e Igor diventa un nostro borsista.
Nel frattempo era nata Ana Carolina così anche la piccola comincia a frequentare la nostra scuola: continuiamo a ritenere fondamentale dare un aiuto nella formazione di bambini coinvolti in situazioni di illegalità perché in un ambiente così chiuso ed aggressivo i figli dei banditi crescono senza riuscire a distinguere nitidamente il bene dal male, li normale dall'eccezione.
Nelle poche famiglie dove esiste la figura paterna questo diventa un esempio e idolatrato a priori. Per il bambino diventa quindi difficile interpretare l'arma ed il narcotraffico come qualcosa di negativo e violento. E' la sua ordinari età. Per questo è così importante che i bimbi dei narcotrafficanti abbiano l'opportunità di crescere in un quadro educativo sano e di buona cultura affinché si consapevolizzino sulle diverse opportunità di vita.
Successivamente, Bia inizia a lavorare con noi come assistente nelle classi dei bimbi più piccoli guadagnando così uno stipendio non ricco ma estremamente dignitoso.
Non posso spiegare la gioia che provai li giorno che Bia mi disse che era riuscita a convincere il marito ad abbandonare il traffico per cercare un lavoro. Mi sentii almeno in minima parte fautrice di quel cambiamento, mi piacque pensare che se il nostro progetto si occupava di due figli e di corrispondere uno stipendio alla moglie, forse era stato più facile per il capo famiglia accettare l'inevitabile periodo di disoccupazione alla ricerca di una vita decorosa nella legalità. Sicuramente la nostra collaborazione lo alleggeriva di parte di quella responsabilità per la sopravvivenza della famiglia.
Uno degli scopi della nostra Associazione, infatti, è proprio quello di migliorare il tenore di vita delle famiglie dei bambini che assistiamo. Un progetto educativo offerto a bambini bisognosi senza costo se non quello della responsabilizzazione dei genitori, all'interno di un ambiente sociale in cui difficilmente qualcosa è offerto senza interessi personali. I suoi effetti collaterali possono arrivare a salvare vite umane, letteralmente.
E dunque me ne stavo lì, gongolandomi e pensando al futuro radioso di questa famiglia, con il bacio di Ana Carolina a scaldarmi il cuore (non esiste ricompensa più grande).
Poi il tragico epilogo. Dopo essere sparito da casa per due giorni, Bia ha ritrovato il corpo del marito morto all'Istituto di Medicina Legale. Era stato picchiato ed ammazzato con un'arma da fuoco in un'altra favela, dove era andato a visitare un altro parente. Le circostanze non verranno mai chiarite, quando muore un figlio del popolo le pratiche si archiviano velocemente. Forse Mo' era coinvolto in furti o forse è stato un regolamento di conti, nessuno sa.
Per noi è l'ennesima morte prematura, a 28 anni, una vedova e tre bambini orfani in più, in questo mare di vittime innocenti, in questo sistema che così poche speranze ed alternative offre ai "favelados". Eppure loro ci stavano provando.
Ci rimane la consapevolezza di rappresentare una possibilità di sopravvivenza per il resto della famiglia anche se ogni volta che abbraccio Igor e Ana Carolina non posso non vedere le tracce di lutto e dolore nei loro occhi. Solo ora ho appreso il vero nome del loro papà: Moacir.
Barbara Olivi - Presidente Il sorriso dei miei bimbi Onlus









