CARMINA BURANA
progetto di scuola di danza delle Comunità "Dançando para não dançar"
Il PAC - Progetto di Accelerazione Sviluppo delle Comunità indetto dal Governo di Stato - sta realizzando in Rocinha grandiose opere di infrastruttura a beneficio collettivo.
Ahinoi, anche Julio ed io ne siamo stati involontari protagonisti coinvolti nella necessaria campagna di espropriazione delle proprietà immobiliari per realizzare, al loro posto, una nuova strada che attraversa la vasta zona centrale. La nuova arteria di traffico interno si è resa necessaria, più che per diluire il caotico traffico locale, a eliminare il precedente dedalo di vicoli stretti ed umidi identificati come pericoloso focolaio di tubercolosi che in Rocinha imperversa sovrana alimentata proprio dalla promiscuità e assenza di condizioni igieniche, conseguenza di urbanizzazione anarchica e prepotente in alcune aree di Rocinha, che in tunnel umidi e bui, trova condizioni ideali per la proliferazione di ogni tipo di batteri.
Abbiamo vissuto per 3 anni nell' appartamento di Traversa Uniao n° 282, area fin troppo movimentata, con feste assordanti proprio sotto la finestra della nostra camera da letto fino alle 5 del mattino, cronica mancanza di acqua o energia elettrica, ma partecipazione attiva, volenti o nolenti, a ogni avvenimento della comunità per la posizione così centrale.
Là avevo stretto amicizia con 4 bambine mie vicine di casa, Bruna, Mayla, Giovanna, Leticia, allora dai 7 ai 10 anni. Venivano a casa mia a fare merenda e giocare in terrazzo, dove ci rincorrevamo in caroselli o danze improvvisate e spensierate. Si chiacchierava di tutto, divagando dalla scuola alla famiglia, mentre spulciavano divertite le 1.000 curiosità che custodisco in casa, foto, gioiellini, bricolage, oggettistica svariata e inusitata, sacchettini magici di regalini e giocattoli, un vaso di pandora di stupori e allegria genuina che ho sempre a portata di mano proprio per evenienze simili, incontri non programmati con bimbi, loro compleanni, ecc. in fin dei conti è per questa motivazione che 10 anni fa decisi in piena consapevolezza delle conseguenze cui mi sarei sottoposta negli anni a venire, di vivere in una favela pur essendo straniera, e condividere il quotidiano e tutte le sue difficoltà con la gente comune che ivi risiede. Nel vivere in Rocinha avevo optato per il desiderio di poter scambiare ogni giorno della mia vita, almeno una carezza con un bimbo, riceverne e darne un forte abbraccio, minimo sollievo dalle sofferenze e carenze affettive che affliggono molti di questi pulcini di cui mi ero innamorata in modo incondizionato.
Giocando e chiacchierando con le mie amichette - minhas amiguinhas, loro stesse si sono denominate così fin dall' esordio della nostra amicizia, scopro l'identità recondita di una di loro, Bruna. Bella e sottile bimba di 10 anni, colore pardo, lunghi capelli corvini crespi e visino luminoso, vera "Gabriela, garofano e cannella" come immagino possa essere il grandioso personaggio del romanzo di Jorge Amado, uno dei pochi miti che ho coltivato nella mia vita tanto idealistica quanto letteraria, e non tanto per la sua scrittura, peraltro prolissa e a volte pesante e noiosa, ma insuperabile nel radicare nell' immaginario collettivo mondiale personaggi di spessore insuperabile e resi eterni proprio dalla parola scritta nel veridico scripta manent. Regina, la mamma di Bruna, è una delle vittime da pallottola vagante iscritta nella storia della Rocinha, ennesimo bersaglio innocente e inconsapevole, la morte è arrivata subita, durante una operazione repressiva della polizia contro il narcotraffico locale.
Anno 2004, scolpito nelle nostre memorie per lo stato di guerra dichiarato ma non ufficializzato, tra i vertici del potere narco del Comando Vermelho che coinvolse fin da inizio di quell' anno la nostra favela in posizione difensiva contro la costante minaccia di invasione da parte di nemici trafficanti interessati a impossessarsi con offensiva bellica, del potere economico derivante dall' importante fatturato di vendita di cocaina e marijuana nella favela Rocinha.
Ho ancora un ricordo netto e ben radicato di quella fine pomeriggio del mese di gennaio, i petardi di avviso dei sorveglianti olheiros hanno ripetutamente comunicato l' arrivo della polizia, chi teme è già fuggito, nascondendosi nell' oscurità del dedalo labirintico dei vicoli di Rocinha o nella vicina foresta. Chiudiamo con mille precauzioni la nostra scuola materna, assicurandoci che ogni bimbo arrivi protetto e a salvo al proprio domicilio. Solo allora possiamo ritornare anche noi responsabili alla sicurezza delle rispettive abitazioni, se qualcosa deve succedere che almeno avvenga alla presenza confortante di luoghi conosciuti e protettivi, anche se fragili pareti di mattoni forati, morbide come burro davanti alla forza invasiva e omicida delle potenti armi nelle mani tanto degli invasori quanto dei minacciati, questa violenza non conosce paternità né destinazione, viaggia alla velocità della disperazione, sorprende dove meno te lo aspetti, causando lutto e dolore inconsolabile.
Ero nella centrale Via Apia, volevo rientrare a casa, allora un monolocale di 15 metri quadri nella Trav. Silva, una laterale situata più a monte della stessa strada, decido così di percorrere una parallela più bassa e salire poi attraverso il Caminho do Boiadeiro, fino a raggiungere il conforto di casa. Mi ricordo in modo indelebile della sparatoria che imperversava nel momento, anche se localizzata più a valle rispetto a dove ero, per questo ritenevo di poter raggiungere casa senza correre pericoli. Raggiunto però il Boiadeiro, ho la brutta sorpresa di trovarvi soldati della BOPE in pieno assetto di guerra, vestiti di nero, grossi, estremamente minacciosi, armi in pugno, dito sul grilletto, pallottola in canna, posizionati al tiro.
Nel panico conseguente, non riesco a esprimere il caleidoscopio di pensieri che emergono in testa in frangenti simili molto vicini a quello che immagino sia terrore, corro rasentando i muri, arrivo incolume a casa riportando nei timpani lo schiocco secco degli spari. .........e uno di questi, pallottola impazzita e senza senso se non quello della morte, nel vuoto dell'etere circostante, arriva a destinazione colpendo a morte Regina, di 30 anni e poco più, mamma della piccola Bruna che allora ne aveva appena 3. Come un presentimento funereo, avevo presentito la mortalità di quello sparo, che anni poi si materializzò davanti a me nella tristezza malcelata della mia amichetta Bruna. Della sua mamma io ho ancora, nascosta perché se la polizia la trova ti malmena, una maglietta con la stampa del ritratto, oltre ad altri 4 martiri di una guerra assurda, e sicuramente non voluta dal popolo, in quel funesto inizio 2004.
Martedi 7 Dicembre la piccola Bruna insieme alla cugina Mayla invitano Julio e me ad assistere alla rappresentazione finale del corso di balletto che frequentano da anni nel contesto del progetto sociale "Dançando para não Dançar - danzare per non perdersi" . Lo spettacolo gratuito si tiene presso un conosciuto teatro in Centro Città, e riunisce in unica simbolica coreografia intitolata Carmina Burana, centinaia di bimbe di ben 12 favelas diverse, in altra situazione addirittura nemiche dichiarate l' una con l'altra, eppure il potere dell' arte crea vincoli che superano odio e differenze, lastricando nuovi orizzonti di pace e fratellanza e quindi di speranza. Mentre lo spettacolo prendeva vita sul palcoscenico, io ho pianto per 1 ora intera, arrivando quasi a singhiozzare, per l'emozione creata da musica in sintonia con belle immagini proiettate sul telone di fondo, per l'impegno in cui le bimbe danzavano sul palco e sorridevano e soprattutto per l' intimo significato racchiuso in quanto stavamo testimoniando, che non si riassumeva alla verifica di 1 anno di lavoro, ma si allargava nel simbolismo di fratellanza e solidarietà tra comunità che il calcolo di criminali speculatori ha deciso dovevano odiarsi, obbligando centinaia di migliaia di persone ad assoggettarsi alla volontà di veri assassini senza capirne in fondo il perché. Bambine che non si disprezzano, le proprie famiglie presenti nella celebrazione di veri affetti, un ballo simbolo dell' ideale comune di lotta per il benessere di bambini che saranno domani le colonne di una società forse sana se nel frattempo noi adulti non avremo desistito e ceduto a pregiudizi e preconcetti pre-confezionati.
Le bimbe ci sorridevano felici, troppo contente perché noi si era là a festeggiare il loro momento in cui si sentivano protagoniste, ma soprattutto nel nome dell' amicizia che ci unisce e vince qualsiasi ostacolo o differenza. Poi siamo tornati a casa in autobus, mangiando pop corn al cioccolato, satolli di buone sensazioni e appagante soddisfazione, mano nella mano, ammirando dai finestrini la bellezza della città di Rio de Janeiro che forse grazie a queste piccole grandi donne potrà essere una città migliore.
Memore di questa serata dai profondi contenuti umanitari, non posso che ringraziare la VITA per offrirmi tale gioia che esula dal contesto della circostanza per divenire essenza d'amore e rispetto.
Barbara Olivi - Presidente Onlus Il sorriso dei miei bimbi










