SANTA BARBARA - mia protettrice
Non vuole essere una autocelebrazione, ma Santa Barbara, mio onomastico o simultaneamente il 4 dicembre come data in sè, ricorre spesso nelle mie commemorazioni reclamando attenzione e memoria.
Quando giovane vedevo i miei coetanei o poco più anziani, partire per il servizio militare obbligatorio, così come i miei due fratelli. Santa Barbara protettrice degli artificieri, un santo al quale spesso le forze armate si rivolgono, in appello di protezione a depositi di munizioni, polveriere ecc.. in ogni caserma la si celebrava con cerimonie ufficiali e molti di questi amici si ricordavano di me per omonimia e nella carenza affettiva che affliggeva i nostri giovani militari, mi telefonavano facendomi gli auguri, consolidando in questo modo il cordone ombelicale che li avrebbe riportati a casa a fine "naia". Nella mia considerazione anarchica di celebrazioni o date fittizie, il 4 dicembre ne risultava eccezione per la valenza data dagli amici militari. Nino, amico mio e di famiglia da lunga data, addirittura continuò a telefonarmi in tale data per molti anni successivi, tanto che adesso mi risulta inevitabile che in tale giorno sia ora il mio pensiero a ricorrere a lui, e non viceversa, a suggello di una amicizia ancora viva.
E' anche il compleanno di Simona, mia amica, mamma dei due nipotini Filippo e Francesca e compagna di mio fratello Federico. Federico e Simona decidono in un simpatico e devoto gesto di amore, di accumunare buoni sentimenti e ricorrenze, e sposarsi proprio il 4 dicembre del 2004. E' il "Matrimanno - matrimonio+compleanno" ma io sono in Brasile con la richiesta di visto di permanenza in corso e il timore che lo stesso non venga accettato se esco dal paese, in quanto per molto tempo sono stata illegale. Non posso ritornare in Italia con il rischio che la Polizia di Frontiera non mi lasci rientrare nel paese adottivo. Così non vado e tuttora me ne pento.
Mentre la mia famiglia e gli amici sono in piena cerimonia, io vengo invitata al "Cha de Nenè - tè per neonato" della nascitura di Katia, sua figlia Sofia. E' una festicciola per celebrare l'imminente nascita e raccogliere all'occasione con l'aiuto degli invitati, pannolini ed altri accessori del corredo necessario. Katia vive con il marito in una palazzina di famiglia a bordo fogna, in area depressa della Rocinha, a fondo valle in un dedalo di vicoli stretti, bui e maleodoranti. Una rampa di scale con gradini degni di abilità da alpinista per essere superati e là sul terrazzo sovrastante è organizzata la festa. L' area è completamente chiusa dalla cerchia incombente di pareti di mattoni delle povere costruzioni di muratura non intonacate dei vicini che il mio sguardo non riesce a superare. Il tutto è sovrastato in lontananza dalla nera roccia granitica della montagna Dois Irmoes -Due Fratelli- bella, elegante, presenza rassicurante nel girone quasi dantesco dei vicoli di favela.
Sul terrazzo di Katia si beve birra, come al solito, fiumi di birra gelata, e si mangia saporita carne alla brace, tra chiacchiere e giochi di bimbi, in fin dei conti sono loro i veri protagonisti della festa. Il grado etilico sale e con esso la malinconia di casa. Mi telefonano dall' Italia sul cellulare. Eccoli sono tutti lì a cerimonia conclusa nella sala comunale del XVIII secolo e già sul luogo del ricevimento organizzato in una cappella sconsacrata dalla volta affrescata. Buffet, abiti eleganti, amici che ballano, palloncini gonfiati ad elio anche per i cani, invitati anche loro e segnalati sopra le teste umane dominanti, dai palloncini colorati legati al collare che ne segnalano le mosse dovunque vadano, facilmente riconoscibili dai loro padroni. Sento la musica e le chiacchiere sottofondo, le risate che contrastano con la mia voglia di pianto. Immagino la festa lontana, vedo i volti di mamma, degli sposi, dei nipotini, poi con estrema lucidità mi guardo intorno. Sotto di noi la fogna scorre in spruzzi e lazzi che togliendo il video il solo audio potrebbero essere quello di un torrente qualunque; tra le acque luride scorgo scheletri di piccoli e grandi elettrodomestici, innumerevoli sacchetti di plastica pieni di spazzatura, effluvi nauseabondi ci raggiungono con le poche folate di vento che riescono a infilarsi nel budello sottostante, su una riva emersa due topi, enormi, grossi come cuccioli di cane, si rincorrono nel gioco dell' accoppiamento sessuale. Allora mi metto a ridere, è proprio vero che l' autoironia è riconosciuto elemento del saper vivere. Rido e piango, come vorrei essere là anch'io a godere della felicità degli sposi, a baciare e stringere forte il mio fratellone neo-sposo.
Continuo invece ad osservare i due toponi che si ingroppano e tra le lacrime, ma non amare, abbordo un pezzo di picanha alla brace ed un bicchiere di birra.
Esercitiamo il libero arbitrio, nessuno ci ha mai costretto a scegliere di vivere nel cuore di una favela, nessuno ha mai negato che scelte estreme costano, e a volte il saldo presentato è molto caro: siamo qui per amore, e per coltivare questo rinunciamo a quello della nostra famiglia per abbracciarne un'altra allargata.
E così in questo rinnovato 4 dicembre 2010, dopo aver telefonato a Simona e Federico per auguri commossi il mio pensiero abbraccia tutta la mia famiglia che stoica e generosa, ha saputo accompagnarmi nella rinuncia: non vedrò i miei genitori invecchiare e i nipotini crescere ma so che il loro amore mi accompagna in ogni singolo istante che vivo. Vi amo tutti, molto.
Barbara Olivi - Presidente Onlus Il sorriso dei miei Bimbi









