Rocinha febbraio 2011
Dona Rosa, nonna sarta
In favela uno dei tanti e spesso inspiegabili elementi strutturali urbanistici è la mancanza di spazio vitale, la condivisione forzata di accessi impropri, la difficoltà di celare fatti privati, l'esposizione del proprio intimo per ravvicinanza di pareti, finestre, terrazzi, androni o cortili, il concentrarsi di momenti di piacere e intrattenimento in pochi spazi pubblici previsti o il più delle volte, improvvisati dalla necessità che aguzza l' ingegno!
La bella scuola materna -SACI SABE TUDO- de IL SORRISO DEI MIEI BIMBI è situata in area centrale, la cui origine negli anni '30 derivò da un piano di lottizzazione e acquisizione soprattutto di commercianti, tra cui molti italiani. Da qui un tessuto urbano organizzato su 2 arterie principali parallele tra di loro e numerose traverse perpendicolari con le prime e parallele tra di loro, formando così una scacchiera tutt'ora ben identificabile.
L' accesso alla scuola è nella Traversa Liberdade, nome attribuito da un italiano in fuga che ivi trovò rifugio e libertà. Occupiamo una porzione verticale in piccolo edificio nato come casa patronale della stessa famiglia, poi suddivisa tra gli eredi e venduta a terzi in percentuale maggiore.
Davanti alla segreteria di SACI, dirimpetto al lato opposto della traversa viabile a senso alternato, forse una larghezza di 2 metri, si erge altro edificio, di dimensioni simili, stessa origine, stesso destino. Al piano terra c'è un ampio appartamento che viene ceduto in affitto.
Da circa 1 anno questo appartamento è occupato da una famiglia di costituzione tradizionale, origine Nordestina, dello stato del CEARA', emigrata a Rio de Janeiro, come molti altri soggiogati dalle miserrime condizioni in cui versa l' estesa regione brasiliana.
E' quel fenomeno sociale che ha segnato negli ultimi decenni, prima della legislazione Lula a favore del popolo, la fuga in massa dalla fame della secca del sertão e il conseguente afflusso nelle grandi capitali e in particolare nelle favelas che hanno sempre accolto generazioni intere di brava gente in lotta per la sopravvivenza.
La famiglia è costituita da Dona Rosa e le 2 figlie ; una di queste è mamma sola di 7 figli, di cui solo uno vive con il padre naturale, gli altri 6 costituendo invece la famiglia allargata.
La famiglia vive semplicemente, con dignità e serenità, nonostante se ne possano immaginare le ovvie esigenze, soprattutto nel crescere in modo sano 6 ragazzi, prevalentemente pre-adolescenti; l'appartamento è costituito da 2 camere, cucina, 1 bagno e sala - vi ho contato solo 2 letti e 2 sofà - e non presenta alcun orpello. Mi spiegano che è stata una scelta forzata perché nonostante si sia in favela, con tasso di natalità altissimo, sono pochi i proprietari di case che accettano famiglie con molti bambini! Assurdo, ma come proprio qua?!
I bambini sono tutti ben educati, rimangono a giocare tra di loro nella sala spoglia, gli è vietato uscire in strada, questo per preservarli dagli evidenti pericoli e dalla convivenza inevitabile con la violenza del narcotraffico. Osservano tutto dalle sbarre delle due finestre, testimoni della vita sociale altrui che si svolge davanti ai loro occhi senza sosta né filtri.
Interagiscono con noi e le attività della scuola in modo continuo e assiduo perché è la prima situazione che osservano appena aprono le scuri delle finestre, e noi con loro, sono sempre lì a offrirci i loro sguardi, il fuoco del desiderio frustrato nei loro infanti occhi, la voglia di sapere, comunicare, uscire, metterci le manine e i nasini, la curiosità e la voglia di affetto e contatto.
Negli ultimi mesi ho preso l' abitudine di concludere la mia giornata lavorativa con una visita a loro, sono sempre l' ultima a chiudere l' ufficio, così mi concedo quel momento in cui lascio che altri si occupino di me, una chiacchiera, un pettegolezzo, un ultimo caffè. Rimaniamo in piedi alla finestra, oppure entro, mi accomodo su uno dei sofà, mi rilasso, sbadiglio - so che posso concedermelo perché vuol dire che sto abbassando il livello di guardia, quindi sto bene - gioco con i bimbi, ascolto Socorro, guardo nonna Maria Rosa, sarta che cuce alla macchina e mi ricordo di mia nonna Rina, donna minuscola con pelle di porcellana, vedova alle soglie della 2° Guerra Mondiale, divenuta camiciaia in quei tempi diffili per una donna sola con 2 figli a carico, pur di non soccombere ad un secondo matrimonio e l'inevitabile oblio e tradimento dell' amore eterno promesso a nonno Onorio.
L'ho temuta, era molto severa secondo i miei canoni infantili, ma sempre rispettata profondamente per l'integrità di condotta e opzione della scelta più lunga e difficile, non la più facile e comoda, era molto bella, sarebbe stato semplice scegliere uno dei tanti pretendenti. Nonna Rina mestre per noi nipoti.
Mi piacciono queste parentesi di atmosfera familiare, io che ho optato di rinunciarvi per vivere nel cuore di una favela...... io che non vedrò mia madre che nel frattempo invecchia lontano da me......
Mi piace vedere come figlia Socorro si prende cura di mamma Rosa, sembra più lei il genitore che non viceversa, mi immagino io al suo posto con la mia mammina e il volo pindarico appaga quella voglia di coccole che mi segue sempre implacabile e che soddisfo quella volta l' anno che torno in Italia ad abbracciare i miei familiari.
Casualmente le due donne una sera commentano con me il loro sogno frustrato di comprare per Dona Rosa una macchina da cucire nuova, moderna, veloce ed efficiente, in sostituzione di quella obsoleta con la quale lei lavora ma non senza pena. Me lo raccontano così, l' impossibilità di un acquisto a rate perché non offrono garanzie bancarie per onorare le scadenze, come un fatto qualsiasi, una necessità come tante altre, tanto che improvvisamente mi viene l'istinto spontaneo di offrir loro il nostro aiuto, non l' associazione, ma julio ed io, effettuando l' acquisto con la nostra carta di credito e loro rimborseranno il valore in rate che concorderemo secondo loro possibilità economiche.
L' offerta è affiorata spontanea, credo che chiunque al nostro posto l' avrebbe fatto, julio approva senza esitazione.
Passano così alcuni giorni durante i quali Socorro effettua ricerca di mercato, studia la rateizzazione idonea, telefona alla concessionaria, e finalmente concordiamo un pomeriggio in cui noi 3 si vada in centro città a comprare la macchina tanto sognata. Questo giorno è giovedi 13 Gennaio 2011.
Bel pomeriggio passato in armonia di intenti, percependo il legame di sincera amicizia e reciproca stima, la consapevolezza di fare l' azione giusta con le persone giuste. Compriamo la macchina in centro, celebriamo con emozione ed una parca merenda la solennità del momento, curiosiamo qualche altro negozio di generi diversi, alla fine risaliamo su un autobus che dopo oltre 1 ora di percorso con pisolino annesso ci riporta in favela, stanche e appagate.
Il venerdi seguente da parte loro è una manifestazione continua di gratitudine, lacrime, felicità incontenibile, la macchina è stata consegnata ed installata, mamma e figlia continuano ad abbracciarmi piangendo, ed io mi vergogno davanti ad una gioia così intensa ed espressa senza veli per... una macchina da cucire, in fin dei conti uno strumento di lavoro, non certo un divertimento o un accessorio superfluo, bensì esigenza di miglioramento delle proprie prestazioni professionali, Dona Rosa nonna sarta.
Nessuno avrebbe mai potuto prevedere che il primo lavoro di Dona Rosa con quella macchina così agognata, sarebbe stato una tunica bianca per vestire come fosse un angelo, il corpo senza vita della figlia Socorro, deceduta per bronchite allergica, schock anafilattico, poche ore dopo, la notte tra domenica e lunedi 17 gennaio.
Sembra quasi che accompagnare la propria mamma in quell' ultimo importante acquisto debba essere interpretato come il compimento della propria missione in terra. Dona Rosa mi dice che Socorro è morta felice per aver visto realizzarsi il sogno della sua mamma. Il giro in centro era stato per entrambe uno dei giorni più belli della loro vita E noi ne siamo stati il tramite inconsapevole. Ci voleva bene, ci stimava, lo diceva spesso alla mamma. E noi ci troviamo qua disarmati davanti ad un lutto non previsto ad una giovane vita interrotta a 33 anni, senza averle prima potuto dire quanto anche noi le volessimo bene e di come la recente amicizia mi completasse.
Insieme a tutto lo staff della scuolina abbiamo accompagnato il lutto della famiglia affranta, abbassando lo sguardo davanti alla manifestazione di un dolore tanto profondo quanto contro natura, il genitore che sopravvive al proprio figlio..... è stata fatta una colletta tra gli abitanti della traversa Libertà per raccogliere il valore necessario per sostenere un funerale modestissimo, nessuna veglia, un loculo a Catumbi per 3 anni, poi fossa comune. La povertà cerca di togliere decenza e dignità anche nella morte.
Non abbiamo mai più pensato al discorso 'rimborso', cancellato totalmente dalle circostanze, trasformatosi anzi in opportunità di scintilla di gioia da parte di chi stava per andarsene, un commiato spontaneo e pertanto sincero e sappiamo sentito e gradito dall' altra parte, va benissimo così anzi, che grande fortuna aver avuto la condizione economica di poterlo fare. Un prestito per la vita. Il dono ricevuto di aver partecipato alla felicità altrui, per l' ultima volta. E' in questi casi che il soldo diventa moneta sonante per una piccola gratificazione, sapere di esserci stati, percezione in un battito di ciglia che la vita è fugace e i valori sono ben altri che il 'possesso delle cose'.
Dopo neanche 1 mese dal decesso, Maria Rosa mi chiama dalla finestra invitandomi ad entrare, come mio solito. Entrambi con un sorriso così profondo che percepisco all' istante di trovarmi davanti a qualcosa di grandioso e tento la fuga: mi bloccano subito portandomi in cucina e lì, lontano da orecchie indiscrete, mi raccontano che il marito, per avanzata età, è stato licenziato, bella dimostrazione di umanità! Pertanto con la liquidazione ricevuta hanno pensato di saldare subito il debito con noi perché sanno che li aspetta tempi duri e nel dubbio di non avere più condizione di onorare gli accordi presi, preferiscono dare tutto e subito, domani non si sa cosa potrà succedere, mi consegnano tutti i soldi in note di piccolo taglio. Mi dibatto, lo sapevo che me la dovevo svignare prima, frigno, non voglio, non ci pensavo più, siamo noi i debitori, a nulla valgono le mie rimostranze, l' orgoglio pulito che emerge da entrambi, la gratificazione per poterci retribuire di quel pomeriggio di umanità, noi unici ad averli aiutati tra decine e decine di appelli fatti (Ndr= riporto loro parole). Allungo la mano, ricevo il denaro, so che lo devo fare per giustizia al loro sacrificio, li abbraccio, mi svuoto in lacrime d'amore per questo Uomo che prosciuga ogni energia e quando meno te lo aspetti ti restituisce vita e dignità, speranza e fede, fede nell' essere umano e nella sua capacità atavica di smentirsi, cadere, per poi ricostruirsi e ripresentarsi per nuove sfide con rinnovata passione.
E' questo che ci tiene ancorati nel cuore di Rocinha, da 10 anni in una realtà che non ci appartiene, a noi piccolo stuolo di italiani immigrati dalla borghesia italiana alla favela carioca, almeno come excursus storico e sociale, ma che ci rende tutti fratelli e uguali davanti alla sofferenza e alla manifestazione dei sentimenti più intimi che in un regresso primordiale, sicuramente ci rende più belli, come eravamo una volta.









