Sabato 26 marzo 2011
Bellissima giornata, calda ma non soffocante, luminosa, apparentemente tranquilla.... se mai una giornata di fine settimana nella Rocinha possa essere definita semplicemente 'tranquilla'. Nonostante il sole e l'avvolgente temperatura invitino a ore di relax in spiaggia, ho troppi arretrati accumulati da risolvere e così rimango a casa a lavorare a computer. La sera mi concedo un diversivo alle 19,00 per assistere al torneo di calcetto femminile al campo del quartiere denominato Cachopa, area adiacente alla Dioneia dove abitiamo Julio ed io.
E fino a qua suona tutto normale, pur nel suo contesto già di per sé eccezionale per essere una favela.
Cachopa è uno dei tanti quartieri della favela Rocinha, alto indice di povertà, molto scomodo, arroccato in ripida verticalità, sul versante di uno dei tanti "morros" che costituiscono il massiccio della foresta da Tijuca. L'accesso è dalla strada principale Estrada da Gavea con una pendenza impervia e pericolosa, problematica da risalire, tanto a piedi quanto in moto o macchina. Dopo un centinaio di metri, sulla sinistra, si trova il piccolo edificio sportivo, un campo da calcetto chiuso da muro e reti di protezione, entrata con servizi, altra grande sala a varanda al piano superiore con ulteriori servizi, fatto costruire a suo tempo dal narcotrafficante in carica, a beneficio di tutta la comunità. Sotto il comando dell' attuale capo narco, oltre ad attività sportive gratuite, il campo è stato sede del settimanale ballo funky promosso, organizzato e finanziato dal potere parallelo, per offrire un diversivo necessario a banditi e abitanti locali giovani, con logica conseguenza di incremento vendite stupefacenti, che io sappia limitata a marijuana, cocaina, e sporadicamente ecstasy e popper.
Per anni tutti i mercoledi sera, dalle 24,00 all'alba, arrancando fino alle 7 del mattino, è stato palcoscenico del desiderio sfrenato di ricerca di espressione propria della gioventù locale, bei corpi sudati, musiche esacerberate inneggianti a sesso, violenza, uso di droga, apologia al narcotraffico, ostilità alle forze di polizia pubblica, espressioni erotiche e violente al suono martellante di stridenti note funky sullo sfondo di fiumi di birra, omaggio generoso, ma non disinteressato, del capo.
Ne ho visti tanti di balli funky in Rocinha negli ultimi 10 anni. Quando erano all' aperto lungo il Valão o la trafficata centrale Via Apia, o al chiuso della quadra/palestra di Rua Um, o nella discoteca Emoções - immobile dai grossi portoni giallo fosforescente e uso multifunzionale: parcheggio coperto nei giorni feriali, mercatone al sabato, discoteca la domenica - dalle 19 alle 23 matinèe per gli imberbi, dalle 24 alle 3 a.m per pubblico di età media intorno ai 20 anni - ma stessi decibel di musica di propaganda. All' esterno è costante il perimetro di armi di grosso calibro e mortalità assicurata, bazooka in spalla e granate alla cintura, ragazzi dallo sguardo vitreo e bava bianca alla bocca, ragazzine seminude nei dettami della moda popolare corrente, pantaloncini inguinali e top striminziti, 15 anni di vuoto sentimentale e zero coscienza sociale, autostima inesistente, nessuna prospettiva immediata alettante, la disperazione del desiderio di un focolare da chiamarsi tale, lontano dalla disillusione rinunciataria di genitori adulti e cittadini già sconfitti da una società troppo discriminante.
Il mercoledi era una serata di routine nelle consuetudini della favela, impossibile dormire per vicini e anche lontani per la risonanza dei toni bassi che facevano tremare le sottili strutture delle abitazioni tipiche di favela, alta concentrazione di banditi locali, violenza manifesta in armi esibite e volutamente ostentate, gestualità corporali, testi e musiche improprie, giochi amorosi e corteggiamenti dall' approccio scontato, giovani vite alla mercè di sensazioni immediate e di breve durata. E dalle conseguenze troppo spesso disastrose e irreversibili.
Comunque tutto ciò ha avuto luogo fino ad aprile 2010, quando una operazione di intelligenza di diverse forze di ordine pubblico è entrata repentinamente in favela un giorno alle ore 13,00 - noi eravamo impegnati ad accogliere i piccoli studenti della scuolina materna SACI SABE TUDO e i loro genitori - annunciandosi con il presagio funesto del rumore di elicotteri in volo a bassa quota con poliziotti esposti arma in braccio e dito sul grilletto.
Fuga generale e ovvie scene di terrore collettivo, bambini traumatizzati come i loro genitori, tutti hanno trovato rifugio dentro la scuola di cui abbiamo chiuso ermeticamente le entrate in attesa di capire cosa stesse succedendo.
L'operazione era stata studiata apposta sulla consapevolezza, da parte delle forze dell' ordine, dei baccanali della notte di mercoledi e le ovvie conseguenze il giorno successivo di torpore etilico e allucinogeno dei sorveglianti narco, è così è stato. La violenta sparatoria durata qualche ora, ha contato 7 morti, tutti effettivamente soldati narco, criminali condannati a morte per loro stessa scelta di vita, la maggioranza di loro colpiti al volto mentre guardavano in alto verso l' elicottero.... Successo dell' operazione della polizia, plauso dell' opinione pubblica, lutto per le 7 famiglie (a noi le conseguenze traumatiche sui loro figli orfani), soppressione indeterminata del ballo funky di Cachopa, ora trasferito al chiuso di una discoteca.
Non riesco a non pensare a tutto ciò mentre osservo stasera le ragazzine che hanno sostituito i succinti shorts di jeans con pantaloncini sportivi (e con gioia riconosco quelli di una squadra forniti da un nostro donatore italiano!) e grinta da atlete. Guardo Tayane - nipote di bandito, Juliana - la mamma morta di overdose 1 mese fa, Carolina - che vive in una baracca di legno senza acqua corrente, completamente assorbite nella competizione, correndo sulle note musicali degli slogan dei sostenitori e del fischietto dell' arbitro, sandali a tacchi alti scambiati per scarpette da calcio, unico vezzo i colori flou delle stesse, e sorrido al pensiero che esistono sì vie di uscita, bisogna crearle, saperle proporre e soprattutto.... decidere di percorrerle, ma esistono!
continua con la cronaca della domenica......
27 marzo 2011, una domenica in favela come tante altre. Di mattina, estesa alle prime ore del pomeriggio, lungo la centrale arteria di viabilità Caminho do Boiadeiro c’è il mercato settimanale, bello, vivo, colorato, e ricco di esposizioni di frutta colorata e verdure fresche, musiche e slogan di imbonitori si confondono nella cacofonia di voci, suoni, richiami, chiacchiere e calpestii.
Julione ed io ci svegliamo senza orario, unico impegno a fine pomeriggio, presenziare e godere della festa di compleanno dell’ amico più prossimo a mio marito, Claudio, cuoco e gestore di una pensão/trattoria popolare vicina all’ ingresso della Rua Um, nella zona alta della favela. Dopo un pranzetto casalingo seguito da ulteriore pisolino, io mi dedico finchè posso alla corrispondenza internet mentre Julio va ad aiutare l’amico nell' organizzazione del churrasco, a dire il vero un abbondante barbecue accompagnato da riso e insalata di carote e patate in maionese innaffiato da fiumi di birra, organizzato nei cortili o terrazzi delle modeste case proletarie, che nelle più fantasiose ricorrenze vedono riuniti parenti e amici in un clima totalmente rilassato e nella semplicità musica pagode scandisce il ritmo di chiacchiere e pettegolezzi scontati e gratuiti, flirt e incontri occasionali, atmosfera familiare e serena, tranquillità a basso costo e nessuna pretesa, conta solo il desiderio di ritrovarsi tra amici per passare qualche ora di spensierata gaiezza, nessun pensiero, domani sarà un altro giorno, oggi non pensiamo più a niente.
Il popolo che se pur con pochi mezzi reclama e esercita il proprio diritto alla felicità.
Andiamo al churrasco di Claudio che oggi compie 43 anni. Su questo terrazzo abbiamo già passato molte commemorazioni, l’ ultimo Natale come il primo giorno di questo anno. Claudio ha avuto 3 figli dal primo matrimonio, adesso vive con Karyna, già mamma di 2 ragazze, e insieme hanno accolto e cresciuto fin da neonata Carol, figlia di una vicina che per dipendenza chimica non era in grado di occuparsene. Nel corso degli anni ho visto la loro casa essere costruita con molti sacrifici mattone dopo mattone, prima una unica stanza come camera da letto e sala, oltre cucina e bagno, poi l’ aggiunta del 2° piano con 3 camere e altro servizio, e infine l’allestimento del terrazzo al 3° piano, accogliente e confortevole, voluto appositamente per ricevere la famiglia allargata in momenti di serena convivenza senza grandi pretese.
Sono qua con Julio e gli amici, e come sempre rimango incantata dal panorama che si gode da qua, area di Rocinha denominata Cesario, lungo la pedonale Rua Um che percorre tutto il versante della montagna Dois Irmoes, da monte a valle, proprio come una ‘corniche’ panoramica. A differenza del più famoso riferimento della città di Nizza, all’osservatore si rivela, oltre all’ affascinante contorno geografico costituito dal magnetismo della Pedra da Gavea, il blu dell’oceano e dell’orizzonte, il verde della foresta di Tijuca e il granito della montagna Dois Irmoes che ci sovrasta, un concentrato assembramento urbano e umano che rasenta il surreale nella propria concezione. Eppure quello che vedo è proprio vero, e incredibile che possa sembrare, pulsa di vita e di energia, dinamismo e vitalità propria. La povertà, la discriminazione, l’ esclusione sociale non toglie a questa gente il desiderio di vivere, divertirsi, amare, esserci comunque e a qualunque costo.
E’ incredibile il movimento che anima strade e vicoli, case e terrazzi, alle ore più insolite della notte e del giorno, l’affermazione del singolo essere umano e cittadino alla vita.
Per me che contrariamente ai miei concittadini di Rocinha, non ho mai sofferto la fame né l’emarginazione sociale o culturale è estremamente difficile la constatazione di questo stato di fatto, nazioni intere divise socialmente tra ricchi e poveri, e un delta incolmabile tra le due realtà socio-economico-culturali.
Ci sono i 2 figli di Claudio, Lucas 19 anni papà di Jordan di 1 solo annino, la mamma incinta a 13 anni. L’ altro figlio Caio di 21 è in attesa del suo 1° figlio dalla compagna Priscilla di 15 anni.
Claudio ne aveva 3 di figli maschi. Il maggiore non aveva voglia di affrontare la stessa fatica che vedeva tutti i giorni da parte del suo babbo, per pochi soldi e scarsi resultati. Scelse la via più facile, a portata di mano, compiti prestabiliti e stipendio assicurato ad ogni fine settimana. Divenne soldato narcotrafficante. Proteggeva uno dei responsabili di area di punti di vendita di droga nella favela.
Non troppo tempo fa, alla morte dell’ allora capo in carica, il cui potere durò l’ effimero lasso di 1 solo anno, questo figlio baby soldato narco, 17enne, già papà di un bimbo, rimase coinvolto nella inevitabile epurazione che sempre segue la successione al potere nel sistema narco. Nell’esercizio delle proprie funzioni, si trovò al posto sbagliato nel momento sbagliato, proteggendo con la propria vita la persona sbagliata, ma lui non poteva saperlo allora. Di lui non si è trovato neanche il corpo, numero in più nella statistica che li vuole soggetti inconsapevoli di essere solo patetiche pedine di un gioco che li gestisce come carne da macello, scarti della società che li addita come criminali, e li ha precedentemente selezionati e formati come tali.
Accanto a Julio ho presenziato alla disperazione di Claudio padre, 3 giorni senza mangiare né dormire, nella folle illusione che quanto gli era stato riportato non fosse vero, che NO suo figlio non era stato ucciso, ‘è un errore, non è stato trovato il corpo, magari non è vero, era un altro, non era lui NO non può essere vero’ e così via per quei 3 interminabili giorni fino alla accettazione dello stato di fatto: suo figlio maggiore morto ammazzato. La dura realtà di un lutto senza funerale, nessuna una tomba su cui piangere, un dolore senza sfogo, padre inconsolabile per la perdita che non ha giustificazione. A chi dare la colpa, chi si attribuisce la responsabilità di troppe vite spezzate prematuramente, anche se colpevoli della scelta di vita errata, ma determinata poi da chi, da che fattori?
Guardo i due ragazzi superstiti e non riesco a non pensare alla assenza impietosa del 3°, e so che anche Claudio, nell’evidente torpore dovuto a eccessiva birra e desiderio sfrenato di dimenticare, in nessun momento della sua esistenza desisterà dal pensare a questo suo disgraziato, sfortunato figlio scomparso prematuramente, perso nel dominò di velleità e ingordigie altrui, capro espiatorio di calcoli supremi a qualsiasi comune concezione.
Perdonatemi se potete, ma sono ancora troppo radicata nella mia italianità, il dramma mi appartiene, per trascorso storico e culturale, ma oggi non lo sopporto, diventa fardello troppo pesante per me, nonostante i quasi 11 anni di convivenza con chi in favela il dramma lo vive e lo supera con lo stesso disperato desiderio di andare avanti, a qualunque costo, anche se ti hanno ammazzato un figlio stupidamente coinvolto nel gioco dei grandi narcotrafficanti che decide il destino di troppe vite inconsapevoli.
Osservo questi ragazzi, padri prematuri di figli che forse non riusciranno a seguire come vorrebbero, ma che amano con la disperazione della consapevolezza di non avere le capacità sufficienti di dar loro quel benessere a cui la modernità ti abitua, ti influenza attraverso immagini e propaganda, ma contemporaneamente te ne esclude per essere tu, un favelado, emarginato abitante di favela, di uno di quei quartieri che secondo la giurisdizione brasiliana, non esistono neppure. Le favelas di Rio de Janeiro contano milioni di aventi diritto…. al rispetto altrui e al riconoscimento della propria cittadinanza….. quando ciò avverrà di fatto?
Torniamo a casa relativamente presto, domani lunedi si lavora presto e le ore di sonno sono importantissime per ricaricare le batterie dell’energia necessaria ad affrontare il ritmo imprevedibile della vita in favela.
Alle 23,00 arriva però una telefonata allarmante a carico destinatario: è Cristina in lacrime dall’ospedale. Suo figlio di 10 anni, il simpatico Sherry, frequenta il nostro progetto di alfabetizzazione, nel pomeriggio è caduto dal tetto di casa nel correre dietro ad una palla, riportando trauma cranico. E’ ricoverato al reparto di rianimazione del vicino ospedale Miguel Couto e il suo stato è considerato grave.
L’ ansia ci assale insieme alla sensazione di impotenza, congetturiamo piani di assistenza per la famiglia costituita dalla mamma come unica responsabile di 6 figli e 5 nipoti piccolini, sicuramente avranno bisogno di aiuto, e turni di presenza in ospedale per sostituire la mamma dandole la possibilità di tornare velocemente a casa per provvedere agli altri ragazzi, e fare almeno una doccia e cambio di abiti.
E così se ne va un’ altra notte turbolenta, il sonno passa, con la forza mistica dell’ amore che proviamo per lui e la valenza di pensieri positivi, cerchiamo di sostenere da lontano la lotta per la vita che questo bimbo allegro e sempre sorridente, starà affrontando in questo momento.
Nel frattempo fuori, la favela vive la sua ennesima notte di prorompente umanità, il ballo funky del Varandão scuote a tutti decibel le sottili pareti degli immobili vicini, il traffico delle centinaia di moto taxi sfreccia indaffarato, bambini giocano ad ogni ora di giorno e notte nella piazzetta sottostante, tutto continua come sempre. Sherry ce la farà.
Lunedi sarà altra pagina di cronaca di convivenza nella più grande favela dell’ America Latina, questa sorprendente, appassionante, drammatica e contraddittoria Rocinha.









