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I Racconti di Barbara - Cristiano

COME HO CONOSCIUTO CRISTIANO, E QUANTO L'HO AMATO.

Erano le 3,30 alba di una nascente domenica di anni fa (doveva essere inizio 2003) ed io ero in compagnia dei ragazzi del progetto serale di doposcuola della nostra associazione, al ballo funky lungo il Valão.

Canale aperto di scarico di fogna, fetida ferita larga oltre due metri che accompagna per tutta la sua lunghezza, sfiorando le entrate delle case che vi si affacciano, una delle principali vie di accesso, ancora in terra battuta, al cuore intricato di vicoli del quartiere Raiz nella favela Rocinha.

I giovani avevano insistito che andassi con loro al famoso ballo funky del sabato notte, per condividere un momento della loro vita e "cultura".

Fu proprio li che lo vidi per la prima volta, monello scalzo vestito di soli bermuda, destreggiandosi scaltro nella moltitudine di corpi ondeggianti nell'oscuritá, sorriso sprezzante e gestualitá da grande, un fucile giocattolo di legno in mano esibito come vero, imitazione della realtá vissuta. Doveva avere al massimo 5 anni e camminava solo ostentando sicurezza e controllo della situazione.

Tutta l'area era volutamente immersa nel buio, musica diffusa ad altissima potenza da casse acustiche distribuite come una parete di soli decibel di 20 mt. x 4 di altezza, cadenza paranoica e ripetitiva, testi aggressivi inneggiando a uso di droga, esercizio di violenza, armi e guerra, sesso e potere, denaro e cocaina.

Questo é il linguaggio e messaggio che la gioventú della favela riceve da un sistema commerciale voluto da potenti che non vivono sicuramente in ghetti simili, bensí in paradisi lussuosi nelle diverse parti del mondo, ma che li vuole proprio qui in favela come mano d´opera a basso costo e ad alto rischio, clienti dozzinali di veleni di scarto, ostaggi di ritorsioni di polizia corrotta, pedine inconsapevoli di occupare un ruolo studiato a tavolino e a loro designato da accordi di cartelli internazionali.

Quel bambino si trovava al posto sbagliato all´ora sbagliata, se solo si fosse trattato di un altro paese, un´altra cittá!

Eravamo invece in una favela nella cittá di Rio de Janeiro e il tutto era emblematico di una delle sue tante realtá. Ne rimasi profondamente colpita e tornai a casa pensando a lui e alla incoerenza e ingiustizia di quanto avevo visto. Continuavo a ripetermi che non era giusto, che quel bimbo avrebbe dovuto essere a quell´ora in un letto pulito e confortevole, coccolato dalla presenza rassicurante della mamma che vegliava sul suo sonno.

Da quell´episodio in poi, incontravo Christiano un po' dappertutto girando per la favela, ne conobbi il nome e la fama negativa di 'menino de rua' che lo accompagnava come una stigmata. Aveva effettivamente 5 anni, terzo di 6 figli maschi di cui i 3 piú grandi vivevano in mezzo alla strada. La famiglia era composta da mamma Cristina (alle spalle uno storico famigliare di disturbi mentali) Bruno all´epoca 9 anni, Jonathan 7 e Christiano 5, seguiti poi da Joao Vito di 3 e Joao Pedro di appena 1 anno - a ottobre 2008 é nato anche Luis Felipe, il 6º figlio e l´ultimo perché finalmente si é riusciti a far legare le tube della mamma all´ospedale dopo l´ultimo parto.

Mi misi alle costole di Christiano, ogni qualvolta lo incontravo facevo il possibile per conquistarne l´attenzione, cosa che avvenne gradualmente e con grande diffidenza da sua parte. Quando mi vedeva esordiva in una esplosione di difese alla propria barriera emotiva, mi sputava, tirava pietre e sabbia, calci e morsi, parolacce e insulti, correva lontano e si nascondeva, per saltarmi poi addosso alle spalle quando passavo facendo finta di nulla, mi prendeva il cellulare o altri oggetti e scappava via a cercare di venderli, aveva una reputazione addosso di bullo e la difendeva strenuamente, ci si identificava e ci si aggrappava come ad una ancora di salvezza, costituiva comunque per lui un punto di riferimento ed una identitá, per quanto forzata e imposta dagli altri, ma era tutto quanto possedesse.

Quando finalmente si stancava, si abbandonava nel mio abbraccio e allora lo portavo alla nostra scuola materna dove insieme alle altre donne dell'associazione, lo coccolavamo, gli facevamo la doccia e gli cambiavamo i vestiti con altri nuovi, gli davamo da mangiare e giocavamo con lui per capirne la storia e lenire le sofferenze: é inutile specificare che il posto di un bimbo di quella eta´sarebbe dovuto essere la propria casa intesa come focolare e rifugio, accanto ad una mamma che se pur povera potesse essere consolatrice, compagna, porto sicuro e protettore, consolazione per le pene e le paure tipiche dell´infanzia.

Andammo a conoscere la casa e lí fu evidente il perché i 3 figli maggiori preferissero vivere in strada: la dimora era piú una tana che abitazione per esseri umani. Era un sottoscala a forma di L ricavato a latere della scalinata di un vicolo che ne costituiva cosí una delle parete, pavimento in terra battuta e muri in mattoni forati, una sola apertura per la porta in legno in avanzato stato di putrefazione. Spazio minimo e angusto, soffocante e umido, immerso nel buio e nel fetore, covo di topi e scarafaggi enormi e puzzolenti, che disputavano i pochi metri quadri con i 5 bimbi...

Tutta la superficie del pavimento era occupata da uno spessore di circa mezzo metro di masserizie varie e inutilizzabili in decomposizione, puzzo irrespirabile di piscio e fermentazione, un lurido materasso di gommapiuma appoggiato sul cumulo costituiva il giaciglio dei bimbi che vi trovai raccolti in posizione fetale.
Lo storico della famiglia di origine racconta di un nonno tirchio - o chissá cos´altro - che lasciava la propria famiglia in condizioni di vera indigenza, tanto che la nonna per sopravvivere raccoglieva masserizie dalla strada, le accumulava in casa per essere poi rivendute. I suoi figli che ho potuto conoscere personalmente (= quindi gli zii dei bimbi in oggetto) da adulti manifestano tutti disturbi della personalitá, tanto che Cristina stessa, la loro mamma, ha ereditato la paranoia dell´accumulo di rifiuti in casa ed é in tale situazione che l´abbiamo conosciuta.


Come associazione, ma soprattutto impressionati personalmente dalle condizioni di vita disumane, provvedemmo immediatamente alla ristrutturazione dell´abitacolo, nel tentativo di farne una residenza quanto meno degna e creare le condizioni affinché i bambini tornassero a vivere in casa. La riforma fu totale, fu fatto pavimento in ceramica, pareti intonacate, debellate tane di topi e scarafoni, costruito bagno con doccia e impianto idrico adeguato, angolo cottura, 2 finestre e porta in alluminio, mobili nuovi, letto a castello per i bimbi, materassi lenzuola e cuscini tutto nuovo, e per completare alla fine dell´anno portammo l´albero di Natale addobbato con le luci intermittenti e i regali impacchettati.

Abbiamo affiancato l´assistente sociale alla mamma Cristina, e fornito cibo costantemente ogni mese, visitando la famiglia per accompagnarne la crescita. La situazione miglioró durante i mesi immediatamente successivi, la casa rinnovata costituiva una piacevole novitá che richiamava i bambini a casa, ma non duró a lungo. In una casa dove non é presente il calore della mamma, non esiste collante tra i componenti. Cristina non é mai stata una mamma per i propri figli, piuttosto una compagna e neanche assidua. Non é affettuosa con loro, non gli ha mai cucinato o accudito con efficacia, ai relativi padri non ha mai comunicato la nascita di quel figlio cercando di mantenerli tutti da sola, non ha lavoro fisso, lava saltuariamente il bucato per altre famiglie e si prostituisce in un parcheggio di autobus dove l´abbiamo vista essere malmenata e derisa. Usa droga e consuma alcool. E´ in tale desolante panorama che i sei maschietti sono nati e cresciuti, senza educazione, cultura, amore, conforto e sostegno, portandosi dentro danni psicologici irreparabili.

Questa é la loro storia, ma dietro ogni storia che si racconta c´é un cuore che batte e troppo spesso, un cuore che soffre, va quindi letta e interpretata con estrema umanitá e indulgenza.

Bruno é il maggiore, oggi 20enne, a 16 anni venne condannato a morte dal tribunale locale dei narcotrafficanti perché rubava dentro la favela dove vige la legge del potere parallelo del narco che proibisce il furto in comunitá. Da quando lo conosciamo lo abbiamo amato, abbracciato, aiutato e incoraggiato, ma sopperire ad atavica mancanza di amore é spesso impresa ardua o impossibile soprattutto puó essere giá troppo tardi.

Bruno non ha voglia di vivere e il rubare diventa una forma di suicidio, di ricerca della morte.
Bruno é stato ammonito varie volte, noi abbiamo cercato di allontanarlo iscrivendolo in istituti fuori dalla favela, ma non siamo riusciti a portarcelo. Cosí ha scelto la microcriminalitá, ma i banditi lo hanno preso, torturato per 24 ore, e poi legato stretto in attesa di essere ucciso da un loro killer. Poi é successo il `miracolo´ piú unico che raro. Un pastore evangelico che era stato bandito come loro poi redento, e proprio per il suo passato esercita influenza positiva, é intervenuto all´ultimo minuto chiedendo e ottenendo la grazia della vita di Bruno che gli é stata affidata... il ragazzo si é salvato, almeno per il momento. E´un anno circa che vive nella comunitá evangelica in periferia di Rio, noi telefoniamo ciclicamente ai responsabli per essere informati sulla sua vita e sembra che adesso vada meglio. E' una storia triste con un epilogo di speranza, anche se niente potrá cancellare dal cuore di questo ragazzo il dolore sofferto nei primi anni di vita e il trauma di aver affrontato la morte, una pistola puntata alla tempia.

Jonathan, oggi 17enne, ha una spiccata personalitá, fu lui che a 6 anni di etá portó sulla strada il fratellino minore Christiano che ne aveva solo 4....... per sopravvivere compie piccoli furti e lo vediamo spesso trattare in strada la vendita della refurtiva. É piccolino e muscoloso, assolutamente indipendente, si arrangia con dignitá e simpatia, analfabeta ma intelligente, ci chiede spesso di poter studiare, ma quando gliene diamo la possibilitá... non si presenta mai, segue la vita libera e intensa della condizione di `menino de rua´.

Christiano adesso ha 15 anni, é estremamente intelligente e furbo, indipendente e iper attivo, vulcanico, accattivante, simpatico, creativo, un potenziale genio se si riuscisse a canalizzare le sue esuberanti energie verso un obiettivo che lo conquisti. È difficilissimo gestirlo perché troppo abituato alla vita ribelle senza regole, schemi o orari. Da circa 6 anni la mamma di un narcotrafficante (recentemente ucciso in un regolamento di conti) lo ha accolto a casa propria adottandolo come un figlio. Lá Christiano ha trovato quella pace e attenzioni che non aveva mai avuto prima, sperimentando cosí il piacere di avere un letto pulito dove dormire, ma soprattutto le cure amorevoli e delicate di un adulto che gli vuole bene veramente.
Passa giornate intere con me o mio marito Julio, viene a scuola o in ufficio dove cerca di rendersi utile, ma é bimbo di strada non facilmente assoggettabile ad un orario, e non si é integrato a scuola un anno che siamo riusciti ad ottenere una borsa di studio in un istituto privato.

Joao Vito ha 12 anni mentre Joao Pedro 10, entrambi passano le giornate nei vicoli intorno a casa, ma sempre senza alcun controllo da parte della madre. Vanno a scuola pubblica saltuariamente e sono molto ribelli, mentre il piú grande é affettuoso e si stringe a me denotando carenza affettiva, Joao Pedro é particolarmente violento e rabbioso, difficilissimo da gestire e ci fa seriamente temere per il suo futuro.
Poi è arrivato Luis Felipe di 3 anni, ma le prospettive per lui non sono migliori che per i suoi fratelli.

Questa é la realtá del popolo piú umile delle favelas, questo é ció che fa dei nostri bimbi e ragazzi, individui meritevoli di ogni rispetto e attenzione, la loro sofferenza li rende unici e grandi guerrieri, noi li amiamo con tutto il cuore, ma non basta.

 

 

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