“Por ser menina”

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Essere bambine in Brasile. La difficoltà di crescere donne.

In Brasile c’è un giorno per festeggiare praticamente ogni cosa, dalle segretarie all’ambiente, dai papà ai giornalisti, dai dentisti ai cugini. E così qualche settimana fa, il 12 ottobre, è stato celebrato il dia da criança, il giorno del bambino. Una ricorrenza ambigua, festeggiata con regali e dolci, che lascia quanto meno perplessi in un paese dove circa il 45 per cento dei piccoli vive in stato di povertà e il 18 in estrema povertà (questo significa contare su una rendita pro capite inferiore a un quarto del salario minimo, che per il 2016 ammonta a 880 reais, circa 257 euro).

Un paese, ancora, dove il 18 per cento delle morti per omicidio riguardano la fascia di età tra gli 0 e i 19 anni, dove il tasso di abbandono scolastico nelle sole scuole elementari corrisponde al 21 per cento (secondo i dati forniti dal ministero dell’Educazione) e dove oltre tre milioni di minori tra i 5 e 17 anni  lavora (IBGE).

Più che festeggiare, viene voglia di piangere. Crescere in Brasile è difficile. Crescere in Brasile se sei una bambina praticamente impossibile. Secondo una ricerca recente di Save The Children, il Brasile è al 102esimo posto (su 144) tra i peggiori paesi per nascere donna. Altri dati che aiutano a inquadrare la situazione arrivano da una ricerca della ong Plan International  su un campione sparso sul territorio nazionale, rileva che il 13,7 per cento delle bambine dai 6 ai 14 anni lavora o ha già lavorato fuori casa, mentre il 31,7 per cento afferma che non ha abbastanza tempo per giocare durante la settimana. Nel 23,3 per cento dei casi i genitori non esitano a picchiarle, e una ragazza su cinque ne conosce un’altra che ha già subito violenza.

Anche nelle situazioni più normali, laddove non esistono emergenze scolastiche né di soprusi, le bambine intervistate hanno messo in risalto una disparità di trattamento in casa: l’81,4 per cento delle femmine si rifà il letto, il 76,8 lava i piatti e il 65,6 pulisce la casa contro l’11,6, il 12,5 e l’11,4 dei maschi. Disparità di genere lampante, alimentata dal “machismo”, mentalità radicata e diffusa in Brasile da cui dipende anche la cultura dello stupro. E si riflette nella differenza salariale, che in Brasile è tra le peggiori del mondo (126esimo posto su 144 Paesi nel ranking). Se lo sviluppo economico procede al ritmo attuale, saranno necessari 95 anni per poterlo colmare.

Uno scenario davvero poco incoraggiante che ha un contrappunto negativo anche nella scarsa rappresentanza politica femminile nei governi statali e federali. E ha come risvolto, o come presupposto, un’ iniziativa discutibile di cui di recente si sono occupati i media nazionali. A São Paulo, è stata appena aperta una filiale della Escola de Princesas, la scuola per principesse, il cui scopo è insegnare alle bambine il bon ton e i doveri domestici, l’umiltà, l’amor proprio e la gratitudine. Le fondatrici sono convinte che di questi tempi ci sia bisogno di tornare ai valori di una volta, tra cui anche la verginità, da conservare fino al matrimonio, considerato lo scopo principale della vita di una donna. Proprio quello che ci vuole per la ragazze brasiliane: adeguarsi ai vecchi, purtroppo ancora vigenti, stereotipi maschilisti, autoritari e a dir poco medievali. Come ha commentato la giovane scrittrice di Porto Alegre Helena Terra:

«Nel mondo ci sono 62 milioni di bambine che non possono studiare, e un gruppo di alienate aprono una scuola per principesse in Brasile. Per favore ridateci le streghe!».

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