Lottare per la democrazia attraverso il ricordo

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In Brasile, sono in molti a usare la memoria della dittatura come strumento di resistenza e difesa della democrazia
In questi tempi politicamente non facili per il Brasile post impeachment, alcune voci ostinate, di vitale importanza, continuano a ribadire il valore della memoria e a ricordare gli errori del passato, perché non siano stati commessi invano.

Usano l’esperienza, quella che loro malgrado hanno già vissuto, come un campanello d’allarme, come una spia luminosa, per evitare che ciò che è già accaduto possa tornare. Lasciano testimonianze di cui è fondamentale fare tesoro. Raccontano l’epoca buia della dittatura militare, il momento oscuro della fine della democrazia, uno spettro che purtroppo non è inverosimile temere in questo momento della storia del Brasile. Che siano semplici cittadini, attori o professori universitari, vale la pena prestare loro attenzione, mettersi in ascolto. Perché, come ha scritto David Miranda in un editoriale sul Guardian: «L’élite politica brasiliana, con la complicità dei media, sta giocando con i meccanismi della democrazia. Si tratta di un gioco pericoloso e dalle conseguenze imprevedibili, soprattutto in una democrazia giovane e con una recente storia di instabilità politica e tirannia come il Brasile.».

A ricordarci ciò che è stato e non si vuole più dover vivere, ci sono persone come l’anziana, anonima, signora che a São Paolo, durante una delle prime manifestazioni contro l’impeachment di Dilma, ci ha lasciato una testimonianza toccante. Scesa in strada per scacciare il fantasma del golpe, ha detto che «per pessima che sia, la democrazia resta la migliore opzione. Non è possibile che una sola generazione, la mia, sopporti tre dittature». Tre dittature in una sola generazione, una sproporzione mostruosa. Contro la quale hanno protestato anche i protagonisti di “Aquarius” di Kleber Mendonça, film che non a caso il governo ha deciso di escludere dalla lista dei possibili candidati all’Oscar brasiliani per la categoria “miglior film straniero”. Al festival di Cannes 2016, gli attori sono scesi sul red carpet dopo la proiezione del film, sorridendo e mostrando cartelli con la scritta “Fora Temer”, contro l’attuale presidente.

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Preziosissimo è, infine, il libro-testimonianza di Bernardo Kucinski, professore universitario, giornalista e scrittore. Il suo “K o la figlia desaparecida”, tradotto e pubblicato in Italia da Giuntina, è tanto essenziale nella lingua quanto potente nel riscattare una duplice memoria, quella dell’Olocausto e della dittatura brasiliana. È la cronaca della ricerca che un padre ebreo, riparato a São Paolo dalla Polonia occupata dai nazisti, inizia, incredulo, nel Brasile del 1974 per ritrovare la figlia desaparecida. Scomparsa senza lasciare traccia, come molti altri con lei, finiti non si sa come in una “voragine che inghiotte le persone” senza che di queste sparizioni ci sia un registro. K. cerca, racconta la sua storia ai vicini, va alla polizia, si affida agli avvocati, partecipa alle riunioni di quelli come lui – gente cui manca un figlio, un marito, una nuora -, viaggia a New York in cerca di aiuto, chiede invano un habeas corpus, si avvicina pericolosamente agli aguzzini della dittatura, e sfiora fatti che solo molti anni dopo verranno alla luce nella loro atrocità. La casa delle torture di Petropolis. L’Araguaia, terreno di guerriglia degli oppositori del regime, sterminati in una delle operazioni di repressione più sanguinose. Prigioni in cui si torturano oppositori ventenni. Riunioni semiclandestine nella cattedrale di San Paolo. Pamphlet e liste di nomi ciclostilati, che passano in segreto di mano in mano. Una rete sotterranea di scambio di informazioni, di speranze accese e disilluse, di nascondigli e viaggi all’estero. Deputati privati dei loro diritti, partiti politici cancellati. E, su tutto, genitori che cercano.
La storia di K. è la storia di tutte le dittature. È il “ricordo della morte” che per vent’anni ha attraversato il Brasile rovesciandosi poi nella smemoratezza volontaria di un paese che ha preferito fare finta di niente. Un paese che, scrive Kucinski, soffre di una sindrome di Alzheimer nazionale, preda di “un oblio collettivo del registro dei morti”. Oggi il registro c’è, ed è ufficiale, frutto del lavoro fuori tempo massimo della Comissão de Verdade, il cui compito è stato appunto dare il crisma dell’ufficialità al libro degli scomparsi, già redatto e custodito dalla società civile (per esempio, dal gruppo Tortura nunca mais) e al lavoro degli storici, come Elio Gaspari. La lista dei nomi c’è e, incancellabile testimonianza, deve ricordarci tutto quello che non vogliamo più essere.

Francesca Reboli

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