La criminalizzazione della povertà in Brasile

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Alle origini di un sistema che trasforma i più poveri in criminali, invece di considerarli vittime della disuguaglianza intrinseca alla società brasiliana

«A Rio, la vita si tocca. Il pragmatismo è il buonsenso dei realisti. La routine va avanti tra sfiancanti camminate, poco sonno e molto caldo, musica, birra, viaggi interminabili su treni e bus affollatissimi, saluti effusivi, preghiere, gesti di affetto e un’incredibile dose di violenza, anche da parte della polizia, la cui brutalità assassina non ha niente da invidiare alle squadracce di pretoriani di ogni sanguinosa dittatura che spunta sul pianeta». Sono parole di Luiz Eduardo Soares, sociologo, antropologo e scrittore, tratte dal suo ultimo saggio, “Rio de Janeiro. La furia e la danza”, recentemente pubblicato da Feltrinelli. Soares pone l’accento sulla violenza della polizia, che negli ultimi anni ha trovato purtroppo una ulteriore giustificazione con la militarizzazione delle favelas, occupate dalla Policia Militar. Scopo pretestuoso dell’operazione è la guerra al traffico di droga, basata sull’equazione “favela uguale spaccio uguale violenza”, che si è rivelata spesso priva di fondamento, dato che alcune ricerche universitarie hanno dimostrato che meno dell’1% degli abitanti delle favelas è coinvolto nel traffico. Il problema è che, invece di vedere la violenza nelle favelas come risultato della disuguaglianza del sistema, la si considera come una caratteristica inerente alla favela stessa. Si tratta di un processo di criminalizzazione della povertà, un pregiudizio di vecchia data, risalente all’epoca della schiavitù e cementato dopo la sua abolizione nel 1888, con la ghettizzazione degli ex schiavi nelle prime favelas delle città.

Mentre il Paese si modernizzava, nel corso del ‘900, la politica dei vari governi, oscillando tra negligenza e repressione, ha contribuito a mantenere la marginalizzazione ed  esclusione delle classi più povere. E’ stato così che, con il pretesto della guerra alla droga, agli abitanti delle favelas è rimasta attaccata addosso la reputazione di persone violente e pericolose, e non di vittime del vuoto di governo e della negligenza dello stato. Situazione che non è cambiata neanche con l’invio delle UPP, le unità di polizia “pacificatrice”. Quest’estate, soprattutto durante le Olimpiadi, giovani poveri, soprattutto neri, di favela sono stati arrestati “preventivamente” pur senza aver commesso alcun reato, in quanto potenziali criminali,  e detenuti negli autobus diretti verso la “zona sul” di Rio, ovvero i quartieri ricchi. Lo stesso pregiudizio è in atto quando i giovani che abitano in favela cercano impiego: i potenziali datori di lavoro non si fidano e non li assumono, alimentando il circolo vizioso dello stigma sociale.

Secondo Human Rights Watch, la polizia dello stato di Rio de Janeiro ha assassinato più di 8mila persone negli ultimi dieci anni, di cui 645 nel 2015. Tre quarti delle persone uccise erano nere. Molte di queste morti si iscrivono nella sinistra operazione di “pulizia” condotta prima dei grandi eventi che hanno marcato il biennio 2014-2016, i Mondiali di calcio e le Olimpiadi. Questo circolo che si autoalimenta trova ulteriore terreno nel sistema carcerario, un altro pilastro del meccanismo che rinforza il pregiudizio “povertà uguale violenza” che intrappola le vite di molti giovani brasiliani. Qualche dato basta a fotografare questa situazione senza speranza: considerando l’intera popolazione carceraria – la quarta del mondo per numero – il 40% dei detenuti non è mai stato giudicato, il 59 è di età compresa tra i 18 e i 29 anni e circa il 66% è nero. Senza assistenza sanitaria, senza opportunità di formazione scolastica o professionale che possano favorire il reinserimento nella società, e sotto la costante minaccia della violenza.

Come scardinare un quadro così compromesso quando anche i grandi media rappresentano le favelas come spazi urbani violenti e pericolosi e giudicano i criminali da una prospettiva razziale? Nonostante movimenti e società civile abbiano fatto molti progressi anche attraverso le reti sociali nella democratizzazione dei mezzi di comunicazione, l’oligopolio dei media legati alla politica e all’economia perpetua la visione stigmatizzante della favela e dei suoi “moradores”. 

Neppure giornali e tv stranieri riescono a smarcarsi da questo equivoco, come dimostrano le analisi condotte dall’organizzazione “Observatorio de Favelas”, che sottolineano come spesso i servizi e gli articoli indulgano in toni sensazionalistici il cui scopo è la spettacolarizzazione della violenza. Per spezzare questo circolo, occorre una riforma delle leggi discriminatorie, delle pratiche della polizia militarizzata e del sistema penale ingiusto. E servono politiche sostenibili che puntino a ridurre la disuguaglianza strutturale, intrinseca alla società brasiliana.
(Fonte Rioonwatch.org)

 

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