Voci ritrovate (sui social) contro le discriminazioni

 

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Il Brasile è ancora un paese profondamente razzista, maschilista e classista. Ogni giorno la cronaca registra storie di maltrattamenti e abusi, come quelli di cui anche noi del Sorriso cerchiamo di dare notizia. Qualche settimana fa abbiamo parlato della condizione delle “babás“, le tate, costrette a vestire di bianco così da essere subito identificate e incasellate nel ruolo di subalterne, di donne che hanno un padrone. Stato, questo, condiviso da molte collaboratrici domestiche, le “empregadas”, che molto spesso abitano nella casa dei datori di lavoro, nelle stanze di servizio. Per dare loro voce, soprattutto per convincerle a raccontare le storie di abusi che vivono quotidianamente, la trentunenne Joyce Fernandes, ex cameriera ora professoressa di storia e rapper a Santos, ha lanciato l’hashtag #euempregadadoméstica e aperto l’omonima pagina Facebook.

«Il mio obiettivo è dare conto del trattamento disumano che accade ogni giorno tra le pareti delle case brasiliane», dice Joyce, e che altrimenti resterebbe sconosciuto, «e anche cercare di umanizzare la relazione tra patrões, padroni, e dipendenti». La  pagina Facebook, aperta solo a luglio, è stata travolta da migliaia di contatti e like, segnale chiaro che l’argomento è una ferita aperta, e mai curata. Nel suo primo post, Joyce ha riferito le frasi che si è sentita dire dalla sua patroa (letteralmente “padrona”, parola che già denuncia lo sbilanciamento classista della relazione): «Joyce, sei stata assunta per cucinare per la mia famiglia, non per te stessa. Per favore, portati il pranzo e le posate e mangia prima di noi sul tavolo della cucina. E’ solo per mantenere l’ordine in casa». Parole che impressionano per l’evidente sottotesto, che mira a perpetuare un’organizzazione della società di tipo elitistico. Le violenze  di questo tenore, piccole e grandi, smaccate o più sottili ma ugualmente dolorose, sono migliaia e le donne, o più spesso i loro figli, hanno cominciato a “confidarli” sulla pagina Facebook di Joyce, sotto forma di brevi testi che lei pubblica sulla bacheca accessibile a chiunque. Come nel caso dell’ultrasettantenne costretta a farsi 20 piani a piedi perché l’ascensore di servizio è rotto e i domestici hanno il divieto di usare quello principale. Dice Joyce: «Vogliamo lottare per un trattamento più umano ed egualitario. Non vogliamo essere considerate di famiglia, e nemmeno mancare di rispetto ai nostri datori di lavoro. Vogliamo soltanto essere trattate in modo giusto». Richiesta minima, legittima, eppure a giudicare dai racconti di maltrattamenti pubblicati sulla pagina ancora lontana dall’essere realizzata.

Il filo che li lega è la volontà delle classi abbienti di tenere sottomesse quelle subalterne: se sei figlia di empregada, il tuo destino è fare l’empregada. I poveri non possono sognare una vita migliore. Non a caso, molte storie si soffermano sul desiderio tarpato di studiare, sul permesso negato dai datori di lavoro di frequentare, per esempio, un corso per accedere all’istruzione superiore e affrancarsi quindi dalla condizione di semi-schiavitù. Come canta Caetano in Noites do Norte, “a escravidão permanecerá por muito tempo como a característica nacional do Brasil”, la schiavitù resterà per molto tempo la caratteristica nazionale del Brasile. Alcune donne riportano anche vicende felici, di “gente boa” che non si limita a farle mangiare in cucina e dormire in uno stanzino senza finestre, ma le sostiene ed esorta a studiare o cercare un lavoro migliore. Sono ancora in minoranza. C’è molta strada da fare. Joyce continua a dare spazio a chi ha trovato finalmente la voce. E’ un lavoro importante, notato anche da UN Women, l’organizzazione delle donne delle Nazioni Unite. Meriterebbe molta più attenzione.

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