Black Lives Matter: il doppio filo che lega Stati Uniti e Brasile

Alton Sterling era nero e aveva 37 anni. È stato ucciso a bruciapelo da un poliziotto a Baton Rouge, in Lousiana. Anche Philando Castile era nero, e di anni ne aveva 32. Come Alton, è stato ucciso da un agente, in Minnesota, a St. Paul. Alton e Philando sono le più recenti vittime afro-americane uccise per mano della polizia americana; la 122esima e la 123esima dall’inizio dell’anno, secondo il Washington Post. Per loro, e per le altre numerose persone uccise per il solo fatto di essere nere, vanno avanti le manifestazioni di protesta del movimento americano che ha fatto del suo slogan il suo nome: Black Lives Matter, le vite dei neri contano. Una necessità di affermare il proprio diritto alla vita che si lega a doppio filo con il brasiliano #blackyouthalive, l’hashtag lanciato da Amnesty International in vista delle Olimpiadi di Rio in partenza tra pochi giorni, per denunciare la violenza della polizia verdeoro nei confronti, soprattutto, dei giovani di colore. E poche ore fa, alcuni rappresentanti del Black Lives Matter, sono arrivati proprio a Rio de Janeiro per incontrare gli attivisti dei movimenti neri brasiliani, tra cittadini delle favelas e madri dei giovani uccisi. Tutti, 3 giorni insieme, per la lotta al razzismo, uniti in una moderna ‘resistenza’.

“La brutalità della polizia è globale, e il Brasile ha la sua particolare forma di spietatezza – ha spiegato ad Huffington Post Daunasia Yancey, la fondatrice della sezione di Boston del Black Lives Matter -. Il movimento sbocciato prima, durante e dopo Ferguson (dove venne ucciso per mano della polizia il 18enne Michael Brown, ndr) vuole davvero promuovere uno sforzo globale per dimostrare che le nostre libertà sono legate le une alle altre. Siamo tutti neri che contano: per una polizia non violenta, per dire basta agli omicidi di Stato, di nessuno in nessuna circostanza”. La missione brasiliana del BLM è stata organizzata da Elizabeth Martin, fondatrice della Brazil Police Watch (Osservatorio sulla polizia brasiliana), un’organizzazione con sede a Boston nata per sensibilizzare l’attenzione americana sulle violenze della polizia in Brasile, soprattutto in occasione dei grandi eventi sportivi. Un’iniziativa voluta da Elizabeth dopo che un agente fuori servizio ha colpito a morte suo nipote nel 2007, mentre era a Rio per festeggiare i 30 anni. E la sua battaglia è anche quella di Monique, residente della favela di Manguinhos, controllata dalla UPP, la polizia pacificatrice: “I giovani non vanno più da nessuna parte. Sanno di poter essere arrestati dalla polizia qualsiasi cosa stiano facendo. Sanno che, se per un motivo qualsiasi vengono fermati dagli agenti, cominceranno a essere loro vittime. Saranno accusati di qualsiasi crimine, per il solo fatto di essere giovani e neri.

Davanti a una situazione inaccettabile da anni, le organizzazioni e gli attivisti scendono nelle strade per chiedere che questa carneficina finisca una volta per tutte. L’ultima manifestazione, una manciata di giorni fa. Ma la stampa non ne ha parlato, preferendo accendere i riflettori sulle proteste della polizia nel principale aeroporto della città. Gli agenti, arrabbiati perché la situazione disastrosa del budget statale li ha lasciati per settimane senza stipendio, stavano fermi, in piedi, agli Arrivi. Accoglievano i turisti con un “Benvenuti all’inferno”, ricordando che solo nel 2016 sono stati uccisi nel corso di scontri a fuoco 52 agenti. Impossibile fraintendere il loro messaggio: a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, i poliziotti di una delle città più violente del mondo volevano far sapere a tutti che chiunque arrivi a Rio non deve considerarsi al sicuro.

Come spiega l’Huffington Post, attiviste come Daunasia ed Elizabeth vedono molte similitudini nell’atteggiamento della polizia americana e di quella brasiliana. Entrambe, in nome della pubblica sicurezza, hanno eletto un gruppo di persone “minaccia per la società”, “persone non gradite”. E queste persone – nella stragrande maggioranza neri, spesso poveri, quindi facilmente ascrivibili al ruolo di gangster, o bandidos a seconda della latitudine – di conseguenza, sono passate a una condizione di assoluta insicurezza. “Ci dicono che la polizia tiene le persone al sicuro. Già, ma che persone? E al sicuro da cosa?”.

“L’esatta misura della quantità degli omicidi commessi della polizia in Brasile rimane oscura – scrive il New York Times -. Attivisti per i diritti umani e organizzazioni internazionali accusano da tempo la polizia della nazione sudamericana della pratica abituale di esecuzioni sommarie, normalmente giustificate come uccisioni a seguito di presunte “resistenze all’arresto”, i ben noti “autos de resistencia” ossia “atti di resistenza” detti anche “atti di resistenza seguiti da morte”. Si tratta di un sistema legale ereditato dalla dittatura militare e ancora oggi in vigore che, non prevedendo alcuna indagine nel caso in cui si certifichi che una morte è avvenuta in un confronto a fuoco, copre di fatto gli omicidi commessi dai poliziotti garantendo loro l’impunità”.

Tanto è grave il panorama, che anche lo Stato ha dovuto accettare l’introduzione di alcune regole per ridurre il numero delle vittime della polizia (come il divieto, per gli agenti, di portare una persona ferita direttamente all’ospedale, per non interferire con la scena del crimine o addirittura uccidere un uomo per nascondere un reato – o un crimine. Purtroppo, per stessa ammissione della polizia, la strada è in salita, oltre a essere molto molto lunga. A rendere ancora più complicato il quadro, le misure anti-terrorismo e la “Legge generale delle Olimpiadi”, introdotte proprio in occasione dei Giochi. Il risultato? La polizia rischia di avere ancora più potere. Durante i giochi (dal 5 al 21 agosto) circa 85mila tra soldati e poliziotti saranno di pattuglia nel tentativo di rendere sicura la città per i 10mila atleti e per gli spettatori stranieri (che si calcola saranno tra i 350mila e i 500mila). Si tratta di più del doppio del contingente di sicurezza ai Giochi Olimpici di Londra del 2012.

L’incontro tra gli attivisti americani e quelli brasiliani si concluderà il 23 luglio. Non una data casuale. Il 23 luglio 2016 Rio ricorre il 23esimo anniversario del massacro di Candelaria, quando 8 ragazzini di strada furono uccisi fuori dalla chiesa della Candelaria, dove erano soliti rifugiarsi per la notte. Alcuni di loro furono colpiti a morte mentre dormivano. Uno dei peggiori episodi di violenza della polizia. E a quel punto, mancheranno 13 giorni alla partenza dei Giochi Olimpici.

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