Uniforme bianca e discriminazione sociale. Il caso delle baby-sitter brasiliane

Sono donne, giovani e meno giovani. Si vedono in città e sulle spiagge, mentre giocano con i bambini, li accompagnano a scuola, li spingono nei passeggini e camminano due passi dietro i loro genitori. Sono le “babás”, le tate, le baby-sitter, le bambinaie delle famiglie benestanti. Spesso sono nere, e sempre vestite di bianco: maglia e pantaloni candidi, come una specie di uniforme, o meglio un ausilio visivo per identificarle immediatamente, un ausilio che tuttavia ha un significato ambiguo e intollerabile.

Il bianco di quella uniforme non è affatto neutro, al contrario è uno stigma sociale, un modo per avvisare gli altri che sono in presenza di lavoratrici di classe inferiore, un modo per sottolineare la segregazione e separazione delle diverse classi sociali.

Qualche mese fa è uscito anche in Italia “Que horas ela volta” di Anna Muylaert, film molto interessante per inquadrare questa situazione ancora accettata come naturale nella società brasiliana. Racconta una vita come tante: Val, interpretata da Regina Casé, è l'”empregada” di una famiglia abbiente di São Paulo. Ha sempre svolto il suo lavoro in modo ineccepibile, sottomettendosi alle regole imposte dalla padrona di casa e quindi mangiando senza sedersi a tavola, rinchiudendosi negli spazi angusti del “quarto” riservato alle persone di servizio, mettendo tra parentesi la propria esistenza per vivere quella degli altri. Ha rispettato le regole tacite del suo ruolo di subordinata, di cittadina di serie B, senza metterle in questione. A un certo punto, però, sua figlia, cresciuta con la nonna nel Nordeste, arriva in città, e viene accolta nella famiglia della “patroa”. Deve fare il “vestibular”, l’esame di ammissione all’università, vuole studiare per diventare architetto, è riuscita ad affrancarsi dalla condizione che sua madre ha accettato come un destino immutabile. “Pretende” di sedersi a tavola con i padroni, e perfino tuffarsi nella loro piscina. La sua presenza, che sovverte l’ordine costituito, provocherà alla fine la presa di coscienza da parte di Val, che si licenzierà per tornare a vivere con la figlia.

Il film, molto ben interpretato, è riuscito a rinfocolare in Brasile un dibattito già affrontato in passato e che dura tuttora. La regista Anna Muylaert tiene spesso incontri e seminari per sensibilizzare le persone su un cambio radicale di atteggiamento. Se nella maggior parte dei casi la regola della divisa  bianca è ancora accettata come un dato di fatto, in molti cominciano a metterla in questione. Un esempio: Roberta Loria, avvocato di São Paulo, ha denunciato un club sportivo del ricco quartiere di Pinheiros per aver impedito l’ingresso alla sua babá, colpevole di non vestire di bianco. «La regola dell’uniforme è anacronistica, autoritaria e mira a mantenere lo stigma della schiavitù. Funziona come una specie di annuncio: sono la tata, non mi siedo a tavola, non mi tuffo in piscina. Fino a quando penseremo che è legale avere degli schiavi?», ha commentato Muylaert in un’intervista concessa alla BBC Brasil. Chi desidera mantenere lo status quo ribatte che l’uniforme bianca è, al pari del camice del medico, un dress code funzionale alla professione. E aggiunge che sono le stesse “babás” a preferirla per la sua praticità. Ma si tratta di un’obiezione che fa appello a un apparente buon senso soltanto per evitare che le cose cambino, come conferma un’altra recente cronaca: sul quotidiano O Globo, Ancelmo Gois ci informa che al Country Club di Rio de Janeiro, esclusivo e carissimo, alle babás viene impedito di usare il bagno riservato alle socie. Più chiaro di così.

Affidare i figli a una signora in bianco significa inequivocabilmente mandare un messaggio: faccio parte dell’élite di questo Paese. Un’élite antidemocratica. A proposito, la denuncia di Roberta Loria è stata ricusata. Il giudice (Conselho Superior do Ministério Público de São Paulo) ha deciso che non c’è nessuna discriminazione né illegalità nel chiedere alle persone di servizio di indossare abiti bianchi.

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