Sangue indigeno sui latifondi, continua in silenzio il massacro dei Guaraní

Nella quasi totale indifferenza della stampa internazionale, martedì 14 giugno dell’altro sangue Guaraní é stato versato in difesa del diritto degli indigeni brasiliani a vivere nelle terre ancestrali. Nonostante la mobilitazione di tanta parte della società civile, rimane bassa la probabilità che gli artefici della mattanza rispondano delle proprie azioni in tribunale.

Quello che gli indios Guaraní Kaiowá hanno subito martedì 14 giugno nella riserva indigena Dourados – Amambai Peguá, una regione del Mato Grosso do Sul già nota per i violenti conflitti tra autoctoni e proprietari terrieri, é stato definito dal Consiglio Indigeno Missionario (CIMI) un massacro. Clodiode Aquileu Rodrigues de Souza, un agente sanitario 26enne di etnia Kaiowá, é stato assassinato e cinque suoi compagni portati d’urgenza all’ospedale São Matheus di Caarapó, tra cui un dodicenne con una pallottola piantata nell’addome. Mentre la Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI) esprime il timore che i feriti possano essere molti di più vista la quantità di Guaraní dispersasi sul territorio nelle ore dell’attacco, in rete circolano video e registrazioni audio che documentano la tragedia.

Sono arrivati al mattino vestiti di nero, a bordo dei loro veicoli. Con un trattore hanno travolto il recinto della riserva e vi hanno fatto irruzione sparando. Le pallottole sono volate in aria per quattro ore, uccidendo Clodiode e ferendo altri dei nostri. Hanno dato fuoco ai campi e bruciato moto, pentole, tutto ciò che ci apparteneva. I sopravvissuti raccontano di fazendeiros che coprivano con i fuochi d’artificio il rumore degli spari e nell’assalto alla riserva urlavano “bugres”, un termine dispregiativo utilizzato nel sud del Brasile per riferirsi ai nativi. La tensione é rimasta alta per ore, così come la guardia tra i Guaraní Kaiowá che, nel timore di esser presi d’assalto una seconda volta, hanno attaccato una pattuglia della polizia militare giunta sul posto per far abbassare i fucili ai fazendeiros. Un episodio che fa molto riflettere sullo stato di precarietà ed assoluta mancanza di sicurezza con cui le tribù indigene del Brasile sono quotidianamente tenute a fare i conti.

Stephen Corry, presidente di Survival International, ha più volte denunciato pubblicameguaraninte come i latifondisti con le mani macchiate di sangue indigeno godano di una vergognosa impunità: uomini armati uccidono regolarmente gli autoctoni nella consapevolezza che difficilmente ne dovranno rispondere alla giustizia. Com’è stato, caso emblematico fra tutti, per Marcos Veron, leader guaraní ucciso nel 2003 ed i cui assassini in tribunale se la sono cavata con delle accuse di minor entità pur essendo imputabili del delitto.

L’attacco dei fazendeiros è stato organizzato in risposta alla rioccupazione da parte della comunità Kaiowá del terreno di Tekohá Te’ýikue, sito non lontano dalla riserva. Un terreno tradizionalmente occupato dai loro antenati, da cui sono stati allontanati con la forza delle armi e che hanno deciso di riprendersi la domenica prima dell’assalto. Il giorno dopo l’occupazione i Kaiowá hanno ricevuto una visita della Polizia Federale e di altre divisioni della polizia civile e militare, alla quale é seguito l’avvicinamento di un gruppo di veicoli che per un paio d’ore ha sostato a qualche chilometro di distanza dalla fazenda a studiarne il territorio. Il martedì successivo è seguito l’attacco.

Quest’aggressione – l’ennesima ai danni dei Kaiowá, che sono stati danneggiati negli ultimi sei mesi da circa altri 25 episodi simili – fa parte di un piano d’azione adottato dagli agricoltori e dagli allevatori locali mirato a sfrattare illegalmente le tribù autoctone, la cui presenza in questi territori é riconosciuta e consentita dalla legge. E’ l’articolo 231 della Costituzione Federale del 1988 a riconoscere ai popoli indigeni il diritto al possesso permanente ed esclusivo delle Terras Indígenas. La demarcazione delle quali tuttavia é ad oggi un processo lento e lacunoso: la mancata salvaguardia giuridica delle terre ancestrali lascia infatti un vuoto istituzionale sufficientemente ampio da permettere ai fazendeiros di imbracciare i fucili e tutelare i propri interessi con la violenza. Il popolo Gamela sta da anni facendo pressione affinché la FUNAI identifichi e demarchi le proprie aree tradizionali. Durante un sit-in a Brasilia i rappresentanti di questo gruppo etnico furono informati che la loro causa occupava il quattrocentesimo posto nella lista delle priorità, e che il tempo per il completamento di un singolo processo è di circa dieci anni. Non possiamo attendere 4000 anni per veder applicato un diritto già riconosciutoci dalla Costituzione, dichiarò un leader Gamela al CIMI. E nel dicembre 2015 iniziarono a rioccupare i territori dai quali erano stati fatti evacuare e nei quali ora vivono in condizione di sicurezza precaria.

Lasciati soli ad arginare l’invasione latifondista, alcuni gruppi indigeni si sono organizzati e rimangono di fatto l’ultimo baluardo in difesa dell’Amazonia. I Ka’apor, nello stato del Maranhão, portano avanti azioni di protezione dell’Amazonia Orientale dal 2010. E dal 2008 detengono il triste record di 5 leader assassinati, 14 aggressioni fisiche, il rapimento di una ragazza Ka’apor di soli 14 anni come rappresaglia per aver catturato 11 taglialegna abusivi colti in flagrante, l’invasione di due villaggi e 12 tra leader e guardie forestali minacciati di morte. L’attività della Guardia Forestale Indigena continua nonostante le ritorsioni e progetti di autogestione del territorio vedono la luce nonostante la resistenza praticata dalla Segreteria dell’Educazione maranhense. Fronteggiati da un nemico comune, su iniziativa dei Ka’apor gli indigeni hanno aderito ad un accordo interno di convivenza e mostrano solidarietà reciproca nei casi di aggressione. Com’è successo questo venerdì 24 giugno, quando una marcia è stata organizzata in Avenida Paulista a São Paulo in supporto della causa dei Kaiowá o venerdì scorso, con i blocchi stradali organizzati nel Maranhão dalle tribù dei Gamela e dei Guajajara. Si parla molto delle nostre mobilitazioni, di come pregiudichino il diritto di circolazione della gente – dicono quest’ultimi nel pieno della protesta – ma ben pochi parlano del diritto alla vita che ci viene negato solo perché lottiamo per le nostre terre sacre. Le strade possono essere liberate in qualsiasi momento, ma chi ci restituirà la vita di quanti di noi sono stati assassinati?

Oltre a denunciare le violenze subite dagli indigeni, le manifestazioni di questi giorni vengono organizzate per esprimere dissenso nei confronti della Proposta di Emendamento Costituzionale 215. La PEC 215, che prevede il trasferimento del compito di demarcazione dei territori indigeni dall’Esecutivo al Legislativo, é in realtà studiata per ostacolare l’applicazione del diritto costituzionale di occupazione dei suoli ancestrali. Nonostante sia stata precedentemente archiviata in quanto dichiarata anticostituzionale da diversi giuristi e dalla Procura Generale della Repubblica, la proposta è stata recentemente recuperata ed è attualmente in esame presso una commissione speciale istituita da Eduardo Cunha.

Gli interessi che gli indigeni, con la loro semplice esistenza, riescono a minacciare risiedono alquanto in alto nel grado delle istituzioni, e sono interessi che non possono fruttare senza la prosecuzione di un aggressivo piano di industrializzazione dell’Amazzonia. La deforestazione, che secondo la denuncia di Greenpeace incoraggia le imprese a rubare il legname dalle terre indigene per rivenderlo come prodotto legalmente acquisito sul mercato brasiliano ed internazionale, é finalguarani1izzata in primo luogo alla produzione dei biocarburanti, dei quali il Brasile è uno dei maggiori produttori al mondo. Le piantagioni di canna da zucchero non solo contano su una manodopera indigena vergognosamente sottopagata, ma sottendono l’accaparramento indebito delle riserve. E’ stato diffuso dalla stampa internazionale l’appello rivolto dai Guaraní a Coca Cola nel dicembre del 2013, in cui esortavano la multinazionale a smettere di acquistare lo zucchero dal colosso statunitense Bunge, coinvolto in uno scandalo di occupazione illegale di aree dichiarate protette. A mettere a repentaglio l’integrità delle zone più recondite dell’Amazonia ci sono poi la costruzione di dighe idroelettriche finalizzate all’offerta di energia a basso costo alle compagnie minerarie, le attività estrattive nonché l’allevamento volto alla produzione di carni bovine e cuoio per l’esportazione.

Le ripercussioni sulle comunità locali sono pesantissime. Allontanati a forza dalle loro terre natie, con le quali hanno stabilito nei secoli un profondo legame fatto di rispetto e spiritualità, molti indigeni si trovano a dover sopravvivere in baracche di plastica ai margini delle autostrade dove, impossibilitati a procacciarsi il cibo con la caccia o la pesca, sono debilitati dalla malnutrizione. Coloro che rimangono a lavorare nelle piantagioni accusano disturbi fisici causati dai pesticidi sparsi sulle piante. Ultimamente, con la crisi che sta mettendo in seria difficoltà la produzione agricola, molti si trovano a dover fare i conti con la disoccupazione. A Sertãozinho, la capitale brasiliana dello zucchero che dista 200 miglia da São Paulo, il 10% della manodopera impiegata nei canneti ha perso il posto di lavoro nell’ultimo biennio. Confinati ai margini della società, molti entrano in una profonda depressione che li porta a compiere gesti estremi. Quella innescata nella comunità guaraní é un’ondata di suicidi che non ha eguali in tutto il Sudamerica: dal 1986 si sono registrati 517 casi, il più doloroso fra tutti é forse quello compiuto da un bambino di appena nove anni.

Le responsabilità di una tale violazione di diritti umani gravano sulle spalle delle istituzioni. Flávio Dino, governatore dello stato del Maranhão, è stato più volte accusato dalle ONG di aver fallito nel strutturare una Segreteria per la Tutela Ambientale che veramente ed efficacemente ostacoli le incursioni illegali di latifondisti e taglialegna, salvaguardandone così gli interessi disonesti. Ma ad allarmare ancor di più è la mancanza di impegno dimostrata del governo centrale. Durante una recente visita in Europa, il leader guaraní Tonico Benites ha lanciato un accorato allarme alla comunità internazionale: E’ in corso un lento genocidio. C’è una guerra contro di noi. Abbiamo paura. Uccidono i nostri capi, nascondono i loro corpi, ci intimidiscono e ci minacciano. La nostra cultura non permette violenze, ma gli allevatori ci uccideranno piuttosto che restituirci la terra. Gran parte di essa ci è già stata presa negli anni ’60 e ’70. Benites fa riferimento alle espropriazioni di massa avvenute durante la dittatura, che un imbarazzante rapporto riemerso quarant’anni dopo attribuisce direttamente al regime.

Si tratta del rapporto redatto dal procuratore generale Jader de Figueiredo Correia, in cui vengono descritte nel dettaglio le atrocità commesse dal Servizio governativo per la Protezione dell’Indio (noto come SPI), un organismo creato per migliorare i mezzi di sostentamento delle comunità indigene, ma che é finito per diventare l’artefice delle espropriazioni e dei massacri a mezzo di fucili, veleni o la diffusione di virus come il vaiolo. Nonostante l’avvio di un’inchiesta giudiziaria e l’incriminazione di 134 funzionari pubblici accusati di oltre mille crimini tra cui assassinii di massa, torture, stupri e la riduzione in schiavitù di tribù indigene, non uno di loro è mai stato messo in carcere dalle autorità brasiliane. Il documento, rinvenuto di recente in un vecchio archivio, è ora sotto esame della Commissione Nazionale per la Verità (National Truth Commission) per far luce sulle violazioni dei diritti umani compiute in quell’epoca.

Mentre le investigazioni procedono, il governo si trova a fare i conti con le pressioni esercitate dalla lobby latifondista, la quale ha già tentato di indebolire il codice forestale sotto la presidenza Rousseff e che ora, con Michel Temer al comando, è all’opera per ribaltare le leggi che il Brasile ha pamazzoniarecedentemente approvato in linea con l’accordo sul clima di Parigi. Il disegno di legge PEC 65/2012 ne è l’esempio emblematico. Svincolando le imprese dall’obbligo di fornire valutazioni scientifiche sull’impatto antropologico, botanico e biologico dei progetti di costruzione, è chiaro come la proposta sia il mezzo designato a dare il via libera alle grandi opere. Il conflitto d’interessi è evidente per Acir Gurgacz, il senatore che ne è autore: la sua famiglia possiede una società di trasporti che trarrebbe ogni vantaggio dalla pavimentazione di un’autostrada che si snoderebbe nell’Amazonia per più di 900 km, da Porto Velho a Manaus. A sostituire Bairo Maggi, relatore originario del provvedimento e anch’egli colpito dal conflitto d’interesse in quanto coinvolto nel business della produzione di soia, é ora Randolfe Rodrigues, che fortunatamente ha dimostrato di perorare la causa ambientale ed ha rigettato tout court il disegno di legge dichiarandolo incostituzionale. La proposta verrà ripresentata e sottoposta a nuova votazione nelle prossime settimane.

L’unica certezza di questi giorni è la triste realtà resa nota dal Wwf e da numerose altre associazioni ambientaliste, ossia che negli ultimi 50 anni la foresta amazzonica ha perso un quinto della sua superficie, e con essa sono stati rasi al suolo interi villaggi e massacrati centinaia di indigeni. I quali però continuano a combattere, ed in uno stoico e fiero atto di rivendicazione hanno inviato il 20 maggio scorso una lettera al governo ad interim di Michel Temer, in cui chiedono spiegazioni e responsabilità per i recenti fatti e ribadiscono che non ammetteranno nessuno attacco od erosione dei propri diritti.

Il vostro coraggio e la vostra caparbietà, fratelli, continuano ad essere una luce che non ci permette di confonderci in questi tempi difficili, e che sostiene i nostri passi nella danza e le nostre mani nella lotta per tessere un mondo nuovo, senza barriere, senza odio”

Da una lettera degli indigeni Gamela in supporto agli indigeni Guaraní Kaiowá

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